Socotra tra tempo e spazio – Yemen fine 2009

Le note che seguono non sono un reportage di viaggio, almeno nel senso che questo implica in termini organizzativi e cronologici. Per cui chi si aspetta indicazioni sul “come andare” a Socotra resterà deluso: d’altra parte questo genere di informazioni le restituisce con più facilità il web. Piuttosto ho cercato di fare sentire al lettore la magia di un’isola sospesa da sempre tra l’India e l’Arabia, sede di antichi miti e di moderni pirati, della quale forse se ne parlava di più in un lontano tempo pre-mediatico che non adesso. Per me e per Irene – mia onnipresente compagna di viaggio e di vita – e per gli amici Giba e Lena andare a Socotra era un viaggio che pensavamo da anni: in pratica sulla via del ritorno di ogni pista africana si favoleggiava dell’isola che si trova a metà strada tra Asia e Madre Nera, 350 km a sud dello Yemen e 300 km a est della Somalia.

La sognavamo intensa ed emozionante, un ultimo paradiso. Ma non sapevamo di non essere abbastanza santi per meritarlo: in questo fine anno 2009 ci sono almeno 300 turisti italiani, greci e spagnoli, oltre a un pugno ristretto di mondo, tutti stipati ai bordi di una montagna che si radica nel fondo oceanico e che ospita una varietà unica di specie vegetali e animali (si descrivono circa 300 piante endemiche).

L’isola, in realtà, identifica un arcipelago dell’Oceano Indiano che è parte della Repubblica dello Yemen: Socotra (Isola della Felicità o delle Meraviglie) è la più grande, si allunga per circa 140 km e si allarga per 40 km, con 3.600 chilometri quadrati di superficie. Seguono Abd al Kuri (16kmq), Samba (45kmq), Darsa (10kmq) e qualche scoglio abitato dagli uccelli che s’appoggiano stanchi.

Socotra è soprattutto alti monti che toccano i 1.500 metri; gole e forre profonde in cui scorre un poco d’acqua che sbuca nelle bianche spiagge coperte da metri di coralli là gettati dal mare; alberi che sanguinano come i draghi medioevali feriti dai guerrieri che offrono la loro linfa rossa a chi la raccoglie per sanarne tutti i mali, o quasi.

Già il moderno cacciatore di paradisi perduti ha di che sognare una destinazione nuova, sospesa tra viaggi di terra, di cielo, di mare e dello spirito.
Figuriamoci cento e cento – forse mille e mille – anni fa quando il mito era quotidiano e la realtà confusa con l’al di là nei racconti degli storici.
Cosa doveva essere allora Socotra?

È con il tentativo di dare una risposta a questa domanda che è cominciato il viaggio, prima nel tempo e poi nello spazio.

La Socotra nel tempo la incontro con Virgilio: è Pancaia.

Nella seconda georgica Virgilio, nel magnificare l’Italia, istituisce alcuni paragoni in cui cita Socotra con il nome di Pancaia: “Sed neque Medorum siluae, ditissima terra, nec pulcher Ganges atque auro turbidus Hermus laudibus Italiae certent, non Bactra neque Indi totaque turiferis Panchaia pinguis harenis”. Così, dunque, nessuna di tante terre si può confrontare con i pregi dell’Italia, non la terra dei Medi, tanto ricca di alberi, né il Gange con la sua bellezza o l’Ermo torbido d’oro. Non la Battriata, né l’India e neppure l’intera Pancaia (Socotra) con le sue sabbie fertili d’incenso…. profumato, tanto profumato quanto solo l’avventura celata dietro le volute di fumo denso della spezia bruciata. Non sarà sulle spiagge, ma sulle pendici montane che si disgregano nelle dune colorate e nelle valli profonde che si incontrano gli alberi dell’incenso, spezia raccolta con cura e fonte di ricchezza negli scambi con i continenti.

Forse l’incenso è il profumo che ha stregato Apollonio di Tiana, un filosofo neopitagorico della antica Grecia riconosciuto come bravo insegnante e devoto asceta. Egli nacque a Tiana, in Cappadocia, e la sua vita si presuppone essersi svolta tutta nel I secolo dopo Cristo, caratterizzata da cinque anni di silenzio nel rigore ascetico e una serie di viaggi insieme al discepolo Damis, scriba assiro, che avrebbe raccolto le sue storie. Come spesso accade, con quanto è lontano nel tempo e nello spazio, la realtà e il mito si confondono arrivando a presupporre una sovrapposizione di identità tra Apollonio e San Paolo e tra Damis e San Tommaso. Ciò anche grazie alla biografia di lui redatta un paio di secoli dopo da Filostrato di LemmoVita di Apollonio di Tiana, in cui si racconta che la fenice – mitico uccello che rinasce dalle proprie ceneri – si prepara la propria pira funeraria con l’odoroso incenso degli alberi dell’isola di Socotra. Si tratta proprio del grande uccello spesso erroneamente conosciuto come “araba fenice” di cui parlano le Storie di ErodotoNon l’ho mai vista coi miei occhi, se non in un dipinto, poiché è molto rara e visita questo paese (così dicono ad Eliopoli) soltanto a intervalli di 500 anni: accompagnata da un volo di tortore, giunge dall’Arabia in occasione della morte del suo genitore, portando con sé i resti del corpo del padre imbalsamati in un uovo di mirra, per depositarlo sull’altare del Dio del Sole e bruciarli. Parte del suo piumaggio è color oro brillante, e parte rosso-regale. E per forma e dimensioni assomiglia più o meno ad un’aquila.”Una versione corretta circa 40 anni dopo da Publio Ovidio Nasone, il quale dice che la fenice “si ciba non di frutta o di fiori, ma di incenso e resine odorose. Dopo aver vissuto 500 anni, con le fronde di una quercia si costruisce un nido sulla sommità di una palma, ci ammonticchia cannella, spigonardo e mirra, e ci s’abbandona sopra, morendo, esalando il suo ultimo respiro fra gli aromi. Dal corpo del genitore esce una giovane fenice, destinata a vivere tanto a lungo quanto il suo predecessore. Una volta cresciuta e divenuta abbastanza forte, solleva dall’albero il nido (la sua propria culla, ed il sepolcro del genitore), e lo porta alla città di Eliopoli in Egitto, dove lo deposita nel tempio di Sole.”

I misteri si moltiplicano e infittiscono.

Un’Asceta, forse mago e di certo viaggiatore, che ha visto molto di più di quanto noi si sappia di lui, uno Storico, il primo della storia, e il Maestro delle Metamorfosi, che ha sublimato il mito con lo sfarzo dei versi, si incontrano sulla pagina scritta a descrivere la fenice. Che, guarda un po’, passa per Socotra proprio a recuperare l’incandescente letto speziato che le permette di morire e risorgere ogni cinquecento anni. Tutto ciò è più che sufficiente per tornare al presente isolano e farci vedere l’incenso con occhi diversi… e spingerci a cercare le tracce e il nido della fenice: non sia mai che si sia più fortunati di altri a trovarlo, non posso non pensare a questa opportunità io che vengo da un Paese in cui si gioca la fortuna di 100 milioni di euro alla bisca di stato!
E a proposito di orgoglio nazionale, ci rinfranca il Poeta che scrive della fenice di Socotra nel suo Ventiquattresimo canto dell’Inferno, 97-120. Ci aiuta il commento di Cristoforo Landino, un fiorentino che nasce, lavora e muore nel 1400: letterato e poeta, insegnante ed educatore bene interpretò dei tempi magnifici lo spirito. Questa frase, che potrebbe essere un epitaffio, ci ricorda una figura della classicità italiana che divenne soprattutto famosa per le sue traduzioni e i commenti alle opere. Tra cui quello all’opera di Dante che gli guadagnò una torre nel casentino come premio della Signoria. Dante, probabilmente ispirandosi proprio a Ovidio, ci racconta ancora della fenice:

Chosì per li gran savi si confessa
che la phenice muore et poi rinasce
quando el quingentesimo anno appressa.
Herba nè biada in sua vita non pasce,
ma sol d’incenso lachrime et amomo
et nardo et myrra son l’ultime fasce.

Scrive il Landino per spiegare di questo uccello: “non altrimenti rinascer del suo cenere afferma chostui che si faccia la phenice. Questa dicono essere uno uccello in Arabia grande quanto una aquila, el collo suo è di colore d’oro, el resto delle penne sono porporine, excepto che la choda è azurra, ma distincta con penne di colore di rosa. Scrivono che vive cinquecento sexanta anni. Manilio senatore fu el primo de’ Romani che scripse della phenice, et dixe che nessuno la vide mai pascere; ma che in Arabia è consecrata al sole. Quando è vecchia fa el nido di festuche dell’albero della cassia et dell’incenso, et riempielo d’odori, et in quello muore. Delle midolle sue nasce un vermine, el quale dipoi diventa phenice, et disubito celebra l’exequie alla già morta madre; et tutto el nido porta apresso a Panchaia regione d’Arabia nella città del sole, et ponlo in su l’altare. La morte sua è la revolutione dell’anno grande, et che le qualità de’ tempi, et delle stelle ritornono al suo principio.

Et questo comincia circa a mezo di quel giorno che ‘l sole entra nell’ariete. Scrive Cornelio Valeriano, che la phenice volò già in Egypto, et fu portata a Roma nel tempo che Claudio imperadore et censore, et posta nel comitio l’anno ottocentesimo della hedificatione di Roma. Ma nessuno dubita che questo non sia falso; altri scrivono che la phenice quando viene la morte si volge a’ razi del sole et quegli reflectendosi nelle splendide penne fanno fuoco. Onde epsa arde insieme col nido, et rinasce prima vermine, et doppo tre giorni gli nascono l’ali. Herba nè biada non pasce: chome pascano gl’altri ucciegli. Ma pasce solo lachrime, cioè gomme overo ragia, d’incenso et d’amomo, la quale chome lagrime distilla da suo troncho, et poi si consolida chome veggiamo nel gynepro et in molti altri arbori. Lo ‘ncenso in latino è decto “thus”. Amomo, cennamomo et cennamo è una medesima chosa, nasce in Ethyopia in luoghi sterili, è piccolo albero nè cresce più alto che due cubiti, non lo colgono sanza licentia di Iove; et questa impetrono con quarantaquattro interiora di buoi di capre et di castroni. Quando l’hanno ricolto, ne donano la metà al sole, et di subito per se medesima s’accende et arde. Vespasiano fu el primo che in Capitolio et nel tempio della Pace dedicò una corona di questo legno ornata d’oro; et nardo et myrra son l’ultime fasce: cioè fa l’ultimo nido di nardo et di myrra nel quale arde. Nardo nasce in India et fa spighe, onde è decto spigho. Nasce anchora in Soria, nasce in Gallia, et questo è più noto a noi, et già in Firenze nasce et seminasesi; nasce anchora in Creta. Myrra è albero che nasce in Arabia nelle medesime selve che lo ‘ncenso. Altri voglono che nasca in più regioni d’Arabia conciosiachè lo ‘ncenso non nasca in più che in una decta Sabea; è questo albero spinoso et cresce insino in sei cubiti; le fogle sono d’ulivo ma crespe et aguze. Altri lo discrivono simile al ginepro et di quello sapore”.

Forse l’italiano del 1400 non brilla per sinteticità alla lettura del popolo degli SMS. Ma certo contribuisce a costruire l’atmosfera magica dell’isola yemenita: la sua opacità e incertezza si adatta bene alle nebbie e alle nubi che troveremo attorcigliandosi sulla montagna di Socotra, cercando la fenice, allontanandosi dal mare che continua a rivelarsi con una lontana linea azzurra infrangendosi sulle coste della Scara del Milione di Marco.

Già, perché qui si incontra anche il viaggiatore veneziano. Marco Polo, raccontando nel capitolo 184 de “Il Milione” di “alquante isole che sono per l’India”, conclude la narrazione prendendo il largo e “a[n]damone a l’isola di Scara”. La mitica Scara (Socotra) che occupa la descrizione al capitolo 185: “Quando l’uomo si parte da queste due isole, [sí va] per mezzodí 500 miglia e [trovasi] l’isola di Scara. Questa gente sono anche cristiani battezzati, ed ànno arcivescovo. Qui si à molta ambra. Elli ànno drappi di bambagia buoni e altre mercatantia; e sí ànno molti pesci salati e buoni. Egli vivono di riso e di carne e di latte, e vanno tutti ignudi. Qui vanno molte navi di mercatantia. Questo arcivescovo non à che fare col papa di Roma, ma è sottoposto a l’arcivescovo che sta a Baldac. Questo arcivescovo che sta a Baldac manda piú vescovi ed arcivescovi per molte contrade, come fa il papa di qua; e tutti questi cherici e parlati ubidiscono questo arcivescovo come papa. Qui vengono molti corsari a vendere loro prede, e vendolle bene; costoro le comperano anche bene, perciò che sanno che questi corsari no rúbaro se non saracini e idolatri, e non cristiani. E quando questo arcivescovo di Scara muore, conviene che ci vegna di Baldac.
Que[sti] sono buoni incantatori, ma l’arcivescovo molto li contrada, ché dice ch’è peccato, ma costoro dicono che li loro antichi l’ànno fatto, e perciò lo vogliono eglino anche fare. Diròvi di loro incantesimi. Se una nave andasse a vela, forte, eglino farebbero venire vento in contradio, e farebberla tornare adrietro; e sí fanno venire tempesta nel mare quand’e’ vogliono, e fanno venire quale vento vogliono; e sí fanno altre cose maravigliose che non è buono a ricordare.
Altro non ci à ch’io voglia ricordare; partimoci quinci ed andamo nell’isola di Madegascar” (Marco Polo, Il Milione, cap.185)

Le parole de il Milione sono un ulteriore incentivo per spingersi a Socotra.

Dunque Marco Polo conferma il clima magico dell’isola, dove le antiche pratiche di abitanti già cristiani nel Milledue spingono lontani i nemici levandogli contro venti e turbini d’acqua e chissà quali altre magie: la giovane guida che incontrerò mi parlerà delle streghe che mangiano gli uomini e vivono nei recessi della montagna. Ma non saprà evocarle a mia richiesta… E poi questa sana etica piratesca per cui si assaltano solo le navi dei saraceni, infedeli e idolatri, e ben venga al mercato la mercanzia di costoro. Che sia tutto ancora rimasto così a Socotra?

Un po’ di chiarezza dei vecchi tempi? Tutto ciò accadeva nell’estrema propaggine dello Yemen riunificato nel 1990, quando fino ad allora sull’isola era solo l’aeroporto dei Russi che appoggiavano lo Yemen marxista del sud.

Tutto sembra cambiato ormai e più confuso: ma i pirati restano proprio lungo la striscia di isole che taglia questa fetta di mare fino al Somaliland, base terrestre della nuova pirateria dei cargo che, come i loro predecessori, saccheggia i mari godendo di una inversione di tendenza ideologica che li avvantaggia presso i nuovi mercati più laici e secolari, affatto schizzinosi di ogni preda, senza distinzione religiosa.

È con queste premesse che la Socotra del tempo si ricongiunge a quello dello spazio, a fine anno 2009, con un preliminare che comincia a Sanaa. Basta non essere americani per trovarsi bene in Yemen. Prima la guida di Aden poi, mano a mano, tutti i vari personaggi incontrati i quali, rispondendo noi alla prima domanda (“da dove venite?”)….”ma dall’Italia…!”, si aprivano in un sorriso per dire che gli italiani sono buoni e bravi, non diavoli e cattivi come gli americani: “Italia tamam – Italia bene”. In sintesi: essere italiani è un plus, essere americani è un minus, il resto trascurabile.

Ma lo Yemen, come è per tutti gli isolani che si rispettano è un’altra cosa, è la terraferma, è il continente; Socotra è l’altrove nel mare.

Un’isola tanto grande da non poter essere attraversata a piedi in giornata”, cosi spiega a noi la sua vastità la giovane guida Ahmed, 19 anni e un fratello infermiere, con la stessa veemenza con cui ne aveva difeso l’onore di fronte a un compatriota del continente che diceva di Socotra di essere piccola piccola sulla carta geografica, un sassolino nel mare.. “Ma come può essere piccola se non si può attraversare a piedi in giornata! Mi capite amici italiani, quanto sono stupidi certi yemeniti?

La prima notte si trascorre all’Hotel Taj: una tradizione o quasi in una cittadina che protende verso il cielo ferri arrugginiti di incompiute mura di nuove abitazioni. Si sente lo slancio di chi vuole afferrare l’occasione del turismo che ha scoperto l’isola e vuole farla diventare un nuovo resort. Noi ci stiamo arrivando al pelo…prima che sia troppo tardi con tutto l’egoismo di chi vuole lo sviluppo per sé, ma per favore non dove si fanno le vacanze avventura. Socotra non diventerà presto il resort per arabi con alberghi di lusso, ci pensa la natura difficile per venti, mari e sabbia. Ci pensa la gente gentile e ospitale dello Yemen, che non riesce e non può scrollarsi di dosso l’etichetta del nuovo covo qaeditsa… Ci pensano in tanti a evitare un altro possibile scempio. Che, appunto, con egoismo tipico di chi sta bene si commenta con un ‘per fortuna’, a tavola con un buon pesce. Ma il risultato di certo è un flusso sempre maggiore di turisti che piano piano riempiranno un’isola di poco più di 100 km di lunghezza, rendendo difficile trovare una duna senza impronte e una fonte d’acqua non affollata e pescatori che vendono a poche lire l’aragosta… i pro e contro, per chi passa e per chi resta, nella lotta di un equilibrio giusto e conveniente per entrambi.       

Ma torniamo dentro al nostro viaggio, che rapidamente ci porta a piantare le tende prima a Delisha Dihanri e poi a Arher: stiamo scendendo a sud lungo la strada orientale, che cede presto spazio alla pista perdendo l’asfalto, sempre alla nostra destra il mare blu e a sinistra la montagna. È cerniera di mari e monti la sabbia che è spiaggia, duna o entrambe, sempre bianca, piana o accumulata alta dal vento che è più frequentemente impetuoso e più raramente la brezza del mare (Nostrum: il lago salato che si perde negli oceani) dove ancora si butta la rete da riva e si raccolgono pesci da chilo, o più. Peschiamo il pranzo e la cena così, per arrostirla a puntino e affiancarla dal riso aromatizzato delle spezie, mangiato con le mani, piluccato fino in fondo, all’ultima lisca… e per sapene di più sulla cucina

La natura a Socotra ti colpisce forte. Qui ha sede la più numerosa colonia di avvoltoi egiziani, il nostro capo vaccaio: grandi pennuti dall’aria simpatica e le piume gialle del muso, sotto a una capigliatura sempre spettinata, che hanno perso tutta l’antipatia del loro nome comportandosi sempre di più come polli domestici, abituati a razzolare nella spazzatura.  
Si incontrano boschi di alberi bottiglia, cresciuti su pietre senza terra, gonfi d’acqua dietro alla corteccia morbida di arti colpiti da elefantiasi, unici per la capacità di sopravvivere nella stagione secca.
Poi pescecani che quasi qui affollano le reti dei pescatori della costa est, per farsi mozzare le pinne e seccare al sole, destinate ai mercati estremo orientali per rinvigorire cinesi ammosciati.

Siamo in Yemen: verso le sette, numerose tra un villaggio e l’altro si incontrano frotte di bambini e bambine che vanno a scuola. Notiamo tra loro le adolescenti completamente coperte dal niqab nero, giovani affusolate figure ammantate, dalla cui fessura longitudinale guizza uno sguardo di occhi spesso belli, si alza una mano anch’essa guantata per un saluto e si pronuncia un “hello” che reclama un contatto con lo straniero. Gesto e voci sono entrambi lanciati senza difficoltà, ricordando che spesso il velo è più una barriera per chi lo vede piuttosto che per chi lo indossa: il viaggio costringe al viaggiatore di riconsiderare i suoi punti fermi, così come i suoi tranquillizzanti stereotipi. Tutto ciò, al contrario, non è richiesto al turista, che anzi generalmente torna a casa ancora più rinforzato nelle sue convinzioni.

La notte sulla spiaggia della costa orientale, dove l’acqua fresca del ruscello si unisce al mare. La sabbia entra nel ventre della montagna con la duna alta affacciata alla grotta sulla scogliera cento metri sopra l’onda. Manca il vento che ha soffiato su di noi nella prima di ieri trascorsa all’addiaccio. Ma c’è la medesima luna che ci risparmia la luce delle torce e disegna le ombre magiche di selene. Al danzare di queste ombre, Ahmed risponde al grido di un uccello notturno con l’esclamazione “meghit ”, o qualcosa di simile. Richiama le streghe che rapiscono gli uomini e poi li mangiano ma che – ci tiene a precisare – non ci sono qui dove campeggiamo. Rassicurati andiamo a letto sotto questa luce d’argento.

A proposito di turisti… Ne incontriamo uno italiano che pesca a spinning dalla riva: non ha trentanni e indossa un cappellone con la stella rossa. Ci apostrofa chiedendo se siamo noi quelli con la bandiera italiana che sventola sopra le loro due tendine, Sì certo: è nostra abitudine viaggiare con un tricolore che si espone sempre là dove si fa campo. “ Invasori , ci dice, è un comportamento da invasori ”. Tra tutti, yemeniti compresi è l’unico che lo pensa o almeno lo dice, un banale pirla che forse crede che un mondo senza identità e appartenenza possa essere un mondo di pace! Non ha pescato un solo pesce.

Non è il capo di Buona Speranza, ma e il capo che conclude a sud est Socotra: Ras Moma. Oltre, il mare e l’India. Qui finisce anche la strada e si incontrano i venti: il capo infatti spartisce l’arena in una spiaggia a nord e una a sud, così da rendere possibile l’ormeggio e la pesca anche quando soffiano impetuosi gli abitudinari alisei. Ecco perché, forse, si chiama Ras (capo) Villaggio, perché da sempre qui risiede un villaggio che permette la sussistenza con la pesca da un mare ricchissimo. La prova l’abbiamo poco dopo: la bassa marea ha lasciato dietro di sé ampie pozze in cui si dibattono in ultimi guizzi enormi quantità di pesce azzurro, quello da frittura che ingolosisce. Molti moriranno asciugati dal sole, altri torneranno al mare aperto con la prossima marea. Tantissimi stanno diventando pasto per i gabbiani e gli uccelli marini. Oppure sono tagliati in due dalla grossa chela dei grandi granchi rossi che abitano il rif. Certamente nessuno raccoglie questa messe donata, neppure i bambini che scalzi attraversano le rocce taglienti per andare a pescare, con ami grossi quanto un uncino, pesci di stazza adeguata. Infatti non passa molto che l’agitarsi delle sterne e il ribollire dell’acqua tra dorsi scintillanti al sole denuncia la presenza di un grosso branco di tonni… Quelli che poi gli stessi bambini pescatori si caricano sulle spalle verso casa. Ma i nostri occhi sono piuttosto per stelle marine blu o nere, ricci dalle spine lunghe quanto un ago da calza, coralli che disegnano praterie fiorite e multicolori come un’estate prealpina, pesci che vediamo negli acquari e di cui conosciamo il pericolo.

Due murene che giocano in una pozza con tanta foga da non notare subito la mia presenza attraggono poi a lungo i nostri sguardi.

Qui è tutto un altro mondo: mi raggiunge un sms via satellite che mi informa delle accuse allo Yemen per l’attentato sventato a Natale: “Honolulu – Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha accusato esplicitamente, per la prima volta oggi, la cellula yemenita di al Qaeda come principale responsabile dell’addestramento e del rifornimento di esplosivo al giovane nigeriano che nel giorno di Natale ha provato a farsi esplodere sul volo Delta in servizio da Amsterdam a Detroit. Fino ad oggi le autorità statunitensi non avevano mai accusato ufficialmente al Qaeda di essere responsabile del fallito attentato, notando semplicemente un possibile “legame” con il gruppo terroristico. ”(La Repubblica, 2 gennaio 2010. E la conseguente richiesta americana di intervenire direttamente in sud e centro Yemen. A Socotra, l’altro mondo, nessuno ne sa nulla. Si continua a pescare. Ho chiesto di tenermi informato via sms di quello che succede, just in case … come dice un mio caro amico abituato a garantirsi le vie d’uscita soprattutto nelle situazioni difficili.

La certezza di essere in un altrove parallelo l’abbiamo arrivando a Homhill. Ci porta una pista che prima segue il letto secco di un wadi mettendo a dura prova le sospensioni per i grandi sassi che lo foderano. Poi si arrampica nel ventre stretto della montagna per condurci in un ampio catino verde, chiuso a nord e a sud da pareti ripide, aperto per una fessura di ingresso a ovest, ma senza chiudere lo sguardo a panorami lontani di cime più alte e affacciato a est sulle coste che abbiamo lasciato in mattinata. L’effetto è strano: verde pianura al centro punteggiata da euforbie e alberi bottiglia, spoglie le pendici meridionali, ricche dei famosi alberi del sangue di drago quelle settentrionali. La fantasia di noi africanisti reclama leopardi e leoni, zebre e gazzelle per completare il quadro. Non fosse che con questa flora poco hanno a che fare… ci starebbero proprio bene. Invece, sembrano animarsi gli alberi bottiglia dalle forme bizzarre, anzi sono vestiti che si adeguano al liquido contenuto: alberi marziani che ci aspettiamo si alzino su esili gambette nascoste sotto un ventre cadente. Invece siamo a Socotra in un mondo che non dovrebbe esserci, almeno fatto così, perché di un tempo passato che non ha mai avuto l’opportunità di esistere. Eccetto qui e adesso. Invece siamo nella valle in cui si raccoglie il sangue di drago, una resina dai poteri magici che cura tutto ciò che è incurabile. Questa linfa viene raccolta incidendo la scorza della Dracena cinnabari durante la stagione del monsone, fatta seccare ed esportata. Nella valle i bambini del pugno di case che la abitano infilano collane con perle rosse del sangue o lo fanno seccare in forme saponose e lo vendono per 500 rial ai viaggiatori che entrano nel loro mondo incantato. A questi prodotti si aggiunge l’incenso, raccolto su piante compagne dei draghi (eco della fenice!) e qualche terraglia rossa, al solito prezzo di una biglietto da 500. Il tutto offerto con discrezione, mai con insistenza, sempre con dignità e un sorriso, mai accettando una fotografia, inseguendo noi di corsa per sentieri sassosi che fanno male alle suole vibram. Ma loro sono a piedi nudi.

Anche il tempo caratterizza la valle degli alberi del drago: il monte a nord blocca le nubi, si cinge di nebbie, apre la via alla pioggia notturna, si illumina di sole sullo sfondo azzurro del cielo solo per un’oretta nelle prime ore del pomeriggio. Poi è sempre un inseguirsi di cumuli e lame di sole che schiudono a est la visione sulle coste illuminate.

Andiamo a letto certi che se a Socotra moriva e nasceva la sfinge, non poteva che essere in questo catino magico, una quinta teatrale tanto poco sovraccarica di orpelli che favorisce l’emergere degli antichi ricordi dei viaggiatori che si fermano, ciascuno ritrovando nella valle il paesaggio della mente che ricerca.

Si viaggia verso sud lungo un pista sassosa che segue per lunghi tratti il letto del wadi Difarhu, dove ci fermiamo per pranzare ai bordi di un ampia pozza d’acqua corrente. Un piccolo ecosistema di granchi, pesciolini, avannotti e insetti nel quale ci inseriamo con l’inevitabile prepotenza delle mille volte più grosso di te. Come è vero che l’acqua è vita, noi stessi rinasciamo dal bagno e con noi le nostre camicie che il sole asciuga mentre consumiamo una capra.

Il wadi esce dal canyon e si spalanca sulla piatta pianura che porta al mare meridionale di Socotra: dune bianche di sabbia fine che suscitano l’ammirazione anche dei sahariani quando vengono lambite da altre creste mosse dal vento, le onde blu dell’oceano. Ogni angolo di questo mare si mostra opulento e ci ha già abituati alle tante stelle delicate, paguri con la casa in groppa e ricchezze colorate. La spiaggia di questo estremo sud diventa di ciotoli come palloni rossi da calcio su cui sono arenati scheletri di grandi pesci e avanzi di spugne e grandi conchiglie risucchiate in superficie dai marosi. Alcune di queste ossa bianche sono eleganti fiori anzi farfalle che, seppure private della loro polverina magica che resta attaccata alle dita, rivelano la mano dell’Artista Universale che ha sviluppato quelle struttura.

Alla sera il vento, costante carattere dell’isola, e il buio, che dalle cinque del pomeriggio nasconde, liberano i racconti del giorno che ciascun ha vissuto a modo suo. Ed è anche il momento degli sms via satellite che portano dentro i saluti lontani e i pensieri preoccupati del mondo globale che, mentre noi viviamo la selvatica natura dello Yemen, sta pensando di scaricarci sopra qualche colpo di mortaio. In questi casi ci si rende particolarmente conto di come sia la prospettiva e la situazione a determinare il senso delle cose.

Lasciamo il sud, rimontiamo a nord per l’asfalto che si inerpica sull’altipiano che apre uno dei tanti mondi alternativi di Socotra. In montagna, la cima qui tocca i millecinquecento, ci portiamo sei tranci di pescecane che stavano seccando in un villaggio della costa. Li cuciniamo a un chilometro sopra, inteso in altezza, ma il sapore e strano con l’acido fenico della decomposizione che anche al palato nostro, abituato a tanti ‘vezzi’ tropicali, sembra eccessivo. Siamo tutti d’accordo che al prossimo mercato non compriamo altro squalo.

Una passeggiata verso la cima (ben a millequattro sarà la terza o quarta dell’isola?) ci portano ad ammirare dall’alto l’altopiano segato da canyon che incanalano vero il mare l’acqua delle nuvole nere che ci minacciano. Si raggiunge la cima senza sentiero ma seguendo i segni di caprette pollicino: la via più sicura su un terreno difficile, ripido e sassoso, ce la segnano proprio le nere olive delle capre.

Alla discesa ci aspetta un notte più fresca del solito.

Oggi si comincia sprofondando. Dentro alle viscere dell’altipiano una strada spacca ruote e balestre ci porta al wadi: è una ferita profonda nella terra in cui scorre la linfa che forma pozze verde brillante, profonde da tuffarsi, mosse da piccole cascate. Refrigerio e pulizia per tutti: quando capita è un’occasione da non perdere. Pranziamo sotto la palma: carne di capra. Una dozzina di avvoltoi egiziani volteggia e poi si avvicina per mendicare gli avanzi. Una capra curiosa ci scruta quasi a riconoscere un lontano cugino nel nostro piatto. Un caprettino piccolo urla disperato tra le braccia del pastore, fino a quando un solo colpo non lo svuota del sangue che ha in corpo.

E via di nuovo a nord e nord ovest: brevi tragitti chilometrici che cambiano molto più rapidamente i paesaggi che attraversiamo.

Raggiungiamo la costa ovest a sera, sotto un’acquazzone che mette a dura prova le gomme lisce del Toyota. Ma il peggio arriva alle due del mattino quando acqua e vento battono le nostre tende soverchiando abbondantemente il rumore del mare oltre le dune. Siamo infatti accampati al bordo di un’ampia laguna cinta da una barriera sabbiosa regno di granchi e uccelli marini. Almeno a trecento metri da noi il mare aperto, ma anche da tanta distanza lo si sente ruggire mentre si infrange sulle bianche sponde.

Nel pomeriggio arrivano al mare numerose auto con italiani a bordo. Come d’abitudine sulla nostre tende sventola il tricolore e, nei giorni in cui le ambasciata occidentali a Sana’a chiudono, noi apriamo la prima ambasciata a Socotra: due tende sul mare e un tricolore. Si fa alla svelta a dare la sensazione di casa e in queste situazioni le persone sono spesso disponibili ad accettarla e a cercarla: un’ambasciata e la casa degli italiani che si sentono tali oggi in Yemen, domani altrove. Nel dehor affacciato sul mare, seduti su stuoie umide, ci ritroviamo la sera a raccontarci di questo giorno nella laguna di Qalansya e di tutti gli altri giorni in altri paesi che solo la sera di ogni viaggio è capace di evocare.

 

Dal taccuino di viaggio gennaio 2010

Chiudono le ambasciate!

3 gennaio, ore 12.29: “per ora chiusa l’ambasciata USA e consigliano di rimanere in casa. Certo che hai sempre un certo culo! Ma salute a tutti.”

4 gennaio, ore 14.09: “preocc. Rientrate.”

4 gennaio, ore 18.03: “chiuse altre ambasciate europee perché si sono perse le tracce di 6 camion carichi di armi ed esplosivo. Domani Obama incontra lo staff per decidere la strategia.”

4 gennaio, ore 18.45: “l’ambasciatore italiano dice che i media internazionali stanno creando allarmismo perché il terrorismo è un problema da sempre gestito.”

4 gennaio, ore 21.07: “a parte le formalità del tipo Buon Anno! Come vanno le cose nell’occhio del ciclone?”

5 gennaio, ore 11.41 “grande. Mandami qualche info. Auguroni.”

5 gennaio, ore 11.42 “…sempre in zone calde. A presto.”

5 gennaio, ore 12.00 “sei in vacanza o altro?”

5 gennaio, ore 14.58 “OK, restiamo in contatto.”

5 gennaio, ore 15.57 “Buona Befana!”

5 gennaio, ore 15.15 “oggi TG non regge approfondimenti. Ci riprovo domani. Grazie.”

5 gennaio, ore 19.17 “lo Yemen dice che non c’è bisogno di interventi di truppe estere e interviene con 10000 poliziotti vicino alle province di Sua…qualcosa, Mad…qualcosa e Sana.”

5 gennaio, ore 19.17: “riaperte le ambasciate europee e americane anche se ad accesso ridotto.”

6 gennaio, ore 14.32: “il governo yemenita ha arrestato 3 terroristi durante uno scontro a fuoco ma nessun intervento per ora dagli USA… preparati a farti spogliare dal body scanner!”

7 gennaio, ore 7.07: “che paura!”

7 gennaio, ore 15.10: “ti abbiamo ascoltato. Attenti. A domani. Baci.”

8 gennaio, ore 12.50: “SabaFon wishes you a pleasant stay in Yemen . Roam with SabaFon and get the chance to win the dream flat in Aden !”

11 gennaio, ore 19.00: “evviva il panico internazionale, contenta che sei tornato!!!”

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