Mauritania lungo la spiaggia – 2008

Una volta tanto torniamo: nel senso che decidiamo a distanza di un anno di dedicare più tempo a un paese attraverso il quale eravamo passati rapidamente, la Mauritania. Sintetizzando: 4 persone su 2 Defender (GiBa, Lena Marco e Irene) per 26 giorni di viaggio, 8.750 chilometri, 900 litri di gasolio… un pacifico colpo di stato, una bellissima tempesta nel deserto, una spiaggia lunga 500 chilometri, una città dipinta. A spanne queste le caratteristiche salienti del viaggio. Ho deciso di non raccontare in ordine cronologico, ma tematizzando per eventi l’esperienze dal 26 luglio al 22 agosto 2008.

“Lamerica”.

Per la prima volta raggiungiamo il Marocco via nave, da Genova, sonnecchiando nei due giorni di traversata fino a Tangeri. La Grande Nave Veloce è piena soprattutto nella tratta fino a Barcellona dove molti magrebini sbarcano: l’arrivo in porto sembra quello del film “La leggenda del pianista sull’oceano” quando tutti gli immigrati sul ponte invocano il nome della terra promessa all’arrivo a New York. Da allora sono cambiate molte cose, e qui siamo con altra gente e in altra terra, ma il grido ancora esprime il medesimo sentire.

In realtà un viaggio che ci si aspettava di tutta tranquillità, seppure confortato dalla assenza delle auto che invadano in questo periodo le autostrade iberiche, si è caratterizzato per le lunghissime code al self service e per espletare le pratiche di ingresso in Marocco, effettuate a bordo. Ciò avviene nel night club, dismesso come la piscina, in cui l’umanità si dipana rimbalzando di poltroncina in poltroncina fino ad arrivare davanti ai funzionari doganali e ottenere i timbri per l’ingresso. Come capita in queste situazioni, tediose e in cui c’è un nemico comune nella burocrazia, si parla tra compagni di sventura. Il primo incontro è un nerissimo marocchino che parla in bergamasco stretto e si lamenta perché sulla nave i troppi terroni lavorano troppo poco. Il successivo è di Brescia, giovane e marocchino come il primo: si lamenta perché i padroni preferiscono i cinesi a scapito della qualità ma a favore del guadagno e perché i prezzi salgono ma i salari restano eguali. Lasciamo perdere i successivi: il ritornello di questo popolo del night burocratico è il medesimo per tutti, indipendentemente da etnia e nazionalità, confermando il sempre più consolidato parere che, se una rivoluzione può nascere essa trova solo origine nella cintura dei pantaloni che si stringe troppo, non nelle idee.
Infine, il 28 luglio sbarchiamo a Tangeri.

Verso sud

Il Marocco è un soffio, una volata, una sosta a Marrakesh per confortarsi nel suk. Poi a Tiznit dove la città è affollata di genti berbere che si ritrovano per la fantasia araba, tra tamburelli, cavalli al galoppo e schioppi in mano.

Fantasia araba

Si continua per Tan Tan dove Giovanni Agnelli – qui vivo e vegeto – trasforma tonnellate di guizzanti sardine in filetti, da rispedire sul mercato italiano: davanti a noi le dune che facevano da sfondo ai viaggi dei primi aerei postali, librati sopra i mauri del Sahara Occidentale.

Qui forse è stato pensato il Piccolo Principe, il cui autore – Antoine de Saint-Exupery – è ricordato con un piccolo biplano sulla spiaggia davanti alle vecchie caserme francesi a Tarfaya. Rosso e poi bianco il deserto ci accoglie tra le grandi dune che separano la strada dall’oceano a un giorno di strada dal confine mauro: stiamo correndo, in certi casi rallentati da un incredibile vento che col pedale a tavoletta non permette di superare gli ottanta e che, alla fine, avrà smerigliato diverse parti del Def. La nostra meta è il Banc d’Arguin, patrimonio mondiale dell’umanità UNESCO dal 1989, e le centinaia di chilometri di spiaggia da percorrere sul bagnasciuga fino a Nouakchott.

La spiaggia

La zattera della Medusa
1819 – T.Géricault

Anche in questa stagione senza grandi passi di uccelli migratori il Banc d’Arguin è splendido e affascinante. Qui il mare poco profondo e ricco di secche benché tra i più pescosi del mondo è tra più pericolosi: se non si conosce la via, come i pescatori Imraguen, ci si incaglia e si può finire molto male, come all’epoca della Medusa.

Ma quando si balza sulla spiaggia scavalcando la duna che ci separa dal mare: davanti a noi centinaia di chilometri di sabbia bagnata che si perde tra l’orizzonte del cielo e del mare con notevole confusione percettiva, sembra proprio che tutto finisca nell’acqua, anche la nostra corsa.

In realtà può essere anche così se non si tiene conto delle maree che rendono possibile il percorso con un’alternanza di 6 ore: per 6 ore l’acqua sale e per le successive 6 scende, e via di seguito. Quando sale si trova ospitalità oltre la duna nel deserto che si apre a est, quando va giù, tastata la resistenza dell’arena umida ci si lancia. Non serve pista né traccia perché basta seguire l’onda che si infrange. Malgrado il sale…. tengo Hotel Charlie dove può fare incredibili spruzzi che mi costringono a utilizzare il tergicristallo e, un paio di volte, riesco a doppiare una lancia da pesca all’ancora passando più in acqua di lei. Posso capire i commenti di qualche lettore, ma tanti altri capiranno la magia di quella spiaggia se vorranno percorrerla.

Un centinaio di chilometri prima della capitale maura facciamo la nostra buona azione ributtando in acqua una enorme cernia che era spiaggiata e boccheggiava in una pozza: va via lesta. Il dramma è che non era l’unica: più andiamo avanti più troviamo pesci di varie dimensioni che punteggiano la spiaggia, sono morti da tempo, molti si evitano ma tanti esplodono come palloncini sotto le ruote e… ammorbano l’aria. Quando arriviamo al campeggio sulla spiaggia di Nouakchott puzziamo peggio di un mercato del pesce sporco, il giorno dopo la chiusura, un caldo giorno d’estate. E’ assolutamente necessario cercare una lancia e un benzinaio per lavarsi a fondo, anche se quella puzza ci seguirà per giorni (4 agosto 2008).

Il colpo di stato

Un sms sul telefono satellitare informa “colpo di stato in Mauritania, sala crisi attivata” mentre eravamo a Oualata. La questione pratica è se andare in Mali, poco a sud di dove ci troviamo e sicuro ma con il rischio di non tornare qualora si chiudesse la frontiera, o dirigersi verso la capitale, potenzialmente l’area più a rischio, sul tragitto verso ovest e poi nord. Decidiamo per quest’ultima soluzione.

Arrivando a Nouakchott non abbiamo visto alcuna dimostrazione di forza violenta, in una capitale rimasta calma, imperturbabile, quasi assente. Incrociamo qualche corteo di una cinquantina di macchine festanti per il golpe… a noi era sembrata la feste per un matrimonio! Posti di blocco dell’esercito con armi pesanti solo sulle direttive est-ovest alle porte della capitale. Qualche “tecnica”, pick-up armati di mitragliatrice, a 5 o 6 angoli della strada. Per il resto tutto è tranquillo: la Mauritania va avanti come prima.

Di nuovo il Marocco.

Un’altra corsa verso nord, alla stessa velocità con cui i migratori sorpresi dal freddo si buttano a sud al principio dell’inverno. Qualche migliaio di chilometri e una nave per tornare a casa avendo il tempo di progettare la ripartenza. Intanto il Marocco induce a riflettere: vediamo un paese che sta “esplodendo”: l’autostrada fra poco è ad Agadir; case e alberghi, anche con una apparente discrezione per l’ambiente, stanno modificando il paesaggio della costa che ci porta a Essaouira. L’ospitalità è attenta e cortese. E’ anche di qualità, quando pranzi con 5 dollari per avere cibo ben fatto e ben servito al contrario dei 10 che ti servono in Mauritania per un prodotto ben peggiore di questo. L’Africa dietro di noi cambia, lo diciamo ogni volta che la lasciamo, più o meno in fretta e più o meno a favore dei suoi abitanti. Il punto è che se l’Africa cambia veloce, paradossalmente gli Africani cambiano lenti.

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