Sri Lanka: considerazioni – 2005

Commento redatto in data 4 gennaio 2005
A circa una settimana di distanza dallo tsunami del 26 dicembre si possono cominciare a fare alcune considerazioni molto interessanti circa le modalità di risposta al disastro che si sono sviluppate globalmente. La questione è complessa e intrigante, perché suscita – tra gli addetti ai lavori del crisis management – un dibattito che durerà nel tempo, toccando una molteplicità di aspetti differenti e rilevanti.

Proviamo a sottolinearne alcuni, anche in riferimento ai temi pubblici della comunicazione.

1 Cominciamo dalla questione della prevedibilità. Certamente uno tsunami è prevedibile, perché esso è la conseguenza di un evento disastroso precedente che è rilevato, tipicamente un terremoto di una certa magnitudo avvenuto in una specifica area (forte terremoto sottomarino). L’onda ne è la conseguenza. Tuttavia, la diramazione di un allarme preventivo non è scontata per ragioni tecnologiche e sociologiche. I paesi del pacifico hanno sviluppato un sistema di allarme che in parte funziona: il Giappone dispone, per esempio, di altoparlanti costieri e di allarmi radio che informano la popolazione del pericolo in poco tempo: anche solo 20 minuti di anticipo sugli tsunami che si verificano in prossimità.

Ma perché il sistema funzioni è necessario disporre di una tecnologia anche semplice di diffusione del messaggio (aspetto tecnologico), di un sistema di distribuzione dell’informazione tra i tecnici che con i loro strumenti prevedono lo tsunami e le autorità che hanno il compito di decidere se e come diramare l’allarme, di istituzioni che si assumono la responsabilità di mobilitare la popolazione e di una popolazione che è disposta ad ascoltare le istituzioni per attivare comportamenti anche immediatamente difficoltosi (questi ultimi sono gli aspetti sociologici).

Come si può notare, rispetto all’area coinvolta in questo caso…ma non solo, la dimensione tecnologica è la più semplice da realizzare in termini di costi e di tempi. Ma la dimensione sociale è frutto di una lunga sedimentazione del rapporto fiduciario tra la popolazione e le istituzioni: un processo che affonda le sue radici nella cultura (di governo) del paese e che comunque richiede tempi lunghi per essere realizzato. Dunque, se il dibattito in sé è opportuno è assolutamente fuorviante affrontarlo solo in termini tecnologici.

Il concetto di disastro e di emergenza insieme alle tecnologie della comunicazione che veicolano l’allarme sottolineano come la questione sia in riferimento a un sistema socio-tecnico, in cui entrambi gli aspetti sono molto rilevanti. 

2 Il dibattito sulle dimensioni dell’impatto, indubbiamente rilevante per la quantità di perdite umane che, certamente, andranno oltre le 150.000 vite. Un aspetto percettivo su cui la comunicazione ha fortemente insistito. Dal punto di vista economico, se per esempio consideriamo lo Sri Lanka, l’evento è importante ma non estremo: il grande porto di Colombo era pienamente operativo in 24 ore; il Paese prevede un incremento del PIL di circa il 5% annuo e le attività sconvolte dallo tsunami sono soprattutto il turismo e la pesca, di cui la prima incide sul PIL per il 4% e la seconda per il 2% (cfr. Asiatic Development Bank). Inoltre l’onda ha colpito una ampia fascia costiera, da cui le numerose vittime, ma ha risparmiato – come sempre in questi casi – l’entroterra a partire da mediamente 500 metri dalla costa.

I media, e non solo, insistono sulle morti che hanno coinvolto i bambini di questi paesi. Oggi (4 gennaio) si parla di un terzo delle vittime costituite da bambini. Se si verificano le statistiche demografiche dell’Indonesia si nota come il 30,4% della popolazione sia costituita da persone tra 0 e 14 anni. Per quanto riguarda lo Sri Lanka alla medesima popolazione corrisponde circa il 27%. Pertanto, le perdite di giovani vite dipendono non da una “strategia dell’onda assassina” ma dalle caratteristiche della popolazione esposta al rischio. Rispetto ad entrambe le questioni, dunque, appare molto sensato l’indirizzo che emerge dai paesi colpiti, orientati a ottenere soprattutto aiuti economici da gestire all’interno di percorsi di sviluppo, che implicitamente l’emergenza suggerisce, coordinati dai medesimi paesi (cfr. la posizione indiana) o dagli organismi internazionali (cfr. Asiatic Development Bank) e l’indicazione a frenare la corsa a improbabili adozioni internazionali. 

Le considerazioni di cui sopra sono solo alcune delle molteplici che, pacatamente, tra esperti è necessario fare per affrontare questa crisi e ogni crisi all’interno di uno specifico contesto di gestione. Ma sono altresì interessanti perché strettamente connesse con la questione dell’impatto che lo tsunami ha avuto in Italia e negli altri paesi occidentali. Lo sforzo mediatico è stato immenso e lo tsunami, in un contesto di diffuso “spirito del Natale”, ha fornito a tutti un facile impegno caritativo confacente con il calendario. Encomiabile, non si fraintendano le mie parole, ma soprattutto per alcuni… “ a buon mercato”. Da cui la mia critica.

Innanzitutto, l’interesse si è mobilitato per i connazionali presenti nell’area, nei confronti dei quali, turisti o non turisti, l’impegno del proprio paese deve essere garantito. Ma certamente la prossimità delle potenziali vittime è stata uno strumento che ha incrementato la percezione del pubblico rispetto all’evento.

Poi, il disastro ha sconvolto le vacanze: un periodo in cui i mali sono necessariamente esorcizzati se no…”che vacanze sono?”. Anche dal punto di vista normativo, per esempio, se vi ammalate in periodo di ferie queste vengono sospese e recuperate!

Poi, lo sconvolgimento ha riguardato dei paesi considerati poveri: come se questa caratteristica fosse una forma di tutela, dimenticando la teoria del “cumulo degli svantaggi”.

Non solo, sono coinvolti paesi verso i quali si mischiano sensi di colpa collettiva della storia passata di sfruttamento e della storia presente di destinazione ricreativa economicamente vantaggiosa e, spesso, eticamente dubbia.

Tutti questi elementi hanno sicuramente determinato il particolare livello percettivo intorno all’evento e, conseguentemente, il suo regime comunicativo. Ma in particolare, il fatto che lo tsunami sia un disastro di origine naturale e non un cosìddetto “man made disaster” è stato determinate per mobilitare gli sforzi internazionali.

Di fatti, in questo specifico caso non ci sono di mezzo responsabilità politiche né ideologiche che permettono di distinguere le posizioni tra i paesi. Mi spiego. Se nella prima parte delle mie considerazioni ho cercato di contestualizzare il disastro del 2004 rispetto ai caratteri dell’area colpita, ora vorrei fornire alcuni dati per contestualizzarlo rispetto ad “altri disastri” recenti. 

Negli ultimi mesi si è sentito parlare della crisi in Darfur: stimiamo circa 100.000 morti, anche qui soprattutto fasce deboli della popolazione che sono diventate vittime proprio per questa loro caratteristica, e circa un milione e mezzo di profughi, senza casa e senza cibo.

Negli ultimi anni si è sentito parlare della crisi dei grandi Laghi e del Rwanda: si stimano circa 300.000 morti per cause dirette e 900.000 per cause indirette del conflitto, con almeno due milioni, forse tre, di profughi. 

Per quanto riguarda gli italiani coinvolti, i morti accertati corrispondono alla quantità di morti per incidente stradale di un paio di week end da “esodo”, il totale dei dispersi corrisponde a meno di un decimo delle vittime della strada dell’anno scorso. 

Perché dunque, tanta differenza di coinvolgimento e interesse sia a livello personale sia a livello istituzionale?

Soprattutto perché nel caso dello tsunami la percezione della fatalità democratica del disastro naturale premia rispetto alla consapevolezza delle responsabilità causali (individuali e collettive) degli altri disastri appena citati. In conclusione, dunque, come tecnico della crisi credo sia fondamentale leggere quanto è accaduto per intraprender un’azione coordinata a livello globale volta a ridurre la vulnerabilità di sistemi lontani, ma sempre più interdipendenti, sulla base di considerazioni che utilizzano tutte le informazioni disponibili e non solo quelle più appariscenti.
E come uomo di questo mondo globale, non posso che interrogarmi sulle “dimenticanze” che promuovono tanta diversità di comportamenti, e conseguentemente di intervento e risultati, di fronte a emergenze altrettanto gravi e drammatiche.

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