Tra gli Yanomami dell’Alto Orinoco, preparativi – 1997

Spedizione tra gli Yanomami – Preparativi alla missione di Meteconi

26 Aprile 1997
Ore 4.30 A.M. sveglia 
Ore 5.30 passa a prenderci Alvaro e lungo la strada che ci conduce all’aeroporto carichiamo le due guide Yanomami, Lucio il comisionado e Ramon, il motorista. 
Ore 6.00 siamo in aerodromo avvolti in una magnifica alba. 
Ore 7.00 partiamo con un piccolo aereo a elica con destinazione la missione evangelica di Meteconi. L’equipaggio è formato da noi quattro (Marco e Irene, Michele e Barbara), il pilota, le due guide (Ramon e Lucio) e un cucciolo di cane. Si vola a circa 500/600 metri. Sorvoliamo la foresta, il paesaggio è molto bello e la temperatura interna raggiunge i 15°.

Il volo dura un paio d’ore: superiamo La Esmeralda che appare lussureggiante, circondata da immensi prati verdi.
Guardiamo dall’alto La Esmeralda, degna del suo nome, con un certa apprensione. Il nostro piano di volo prevedeva l’atterraggio qui. Ma ci passiamo sopra, per risparmiare tempo ed entrare subito nella zona proibita. Più a sud. Davvero nessuno ci cerca se non si torna. Dunque, un buon motivo per rivedere l’Italia con le proprie gambe.

Per il nostro pilota è il primo atterraggio a Meteconi. E’ un’impresa: la pista è in erba, lunga circa 150 metri, da una parte costeggia il fiume, per avvicinarsi bisogna passare a pelo-albero della sierra scivolando a destra per poi buttarsi a sinistra in picchiata. Inoltre, il tempo non è dei migliori, piove, le nuvole sono fitte e basse e compromettono la visibilità. Il pilota è costretto a fare sei giri, compie volteggi tra le nebbie che salgono, per rendersi conto dell’orientamento del campo. Poi ci prova. A metà pista, tanto gas e via a gambe levate: non riuscivamo a fermarci in tempo. Ci riprova e ci riesce, allarmi vari in funzione, uno spettacolo di suoni e luci tutto per noi, e una serie infinita di sobbalzi.

Mi è sempre piaciuto l’otto volante. E più volava e più era ingarbugliato l’otto più mi entusiasmavo. Dopo questo atterraggio sarà più difficile trovarne uno soddisfacente. 

Ore 9.30 circa sbarchiamo dopo due ore e mezza guidati dal GPS, volando verso sud est. Abbiamo cambiato mondo. Siamo attorniati da una trentina di individui non più alti di 1.50 m. Si mantengono comunque a distanza, non chiedono, non toccano ma ci squadrano incuriositi. Scarichiamo l’equipaggiamento e il nostro aeroplanino riparte grazie al poco peso: con noi non ce l’avrebbe fatta visto la lunghezza della pista. Per questo motivo noi ripartiremo per la civiltà da La Esmeralda. Presi dall’entusiasmo abbiamo scaricato anche il bagaglio del pilota, così costretto a riatterrare e ripartire: ma ormai ha imparato, è più leggero e si diverte.

Tagliati fuori. E’ la sensazione di tutti. Da qui l’aereo con noi a bordo non può comunque ripartire perché la pista è troppo corta e la collina davanti è un monito duro. Tagliati fuori. Lo volevamo, lo cercavamo: l’abbiamo trovato.

Ore 10.00 ci viene assegnata una capanna con tetto in lamiera e postazione radio (necessaria per comunicare con il resto del mondo). 

Meteconi è una missione evangelica guidata da un missionario americano con tutta la sua famiglia. Si respira, infatti, aria americaneggiante: tosaerba, video giochi in TV sulla giungla, una scavatrice, villetta coloniale trapiantata dalla Florida in legno bianco con un ottimo green che la circonda nonché piccolo motoscafo con sci d’acqua ormeggiato sul fiume. E’ uno spirito imprenditoriale missionario. 

E’ deciso, alla prossima una sciata sull’Orinoco, più veloce dell’anaconda. Sull’acqua che sembra solida tanto è marrone. Che ci intasa il filtro potabilizzatore a causa delle incrostazioni che lascia: ogni due litri è tutto da smontare e da pulire.

Il villaggio è dislocato lungo il fiume ed è tagliato da una strada fangosa per la sua lunghezza illuminata da lampioni azionati da un generatore che li mantiene funzionanti per tutto il giorno, dalle 6.00 fino alle 20.30. Attracca al molo del villaggio una barca che scarica alimentari a palate.
Dovremmo partire in giornata ma abbiamo un piccolo problema: disponiamo di motore e di benzina (acquistati dal missionario) ma non del bongo , poiché il giorno prima del nostro arrivo alcuni Yanomami si sono schiantati con il bongo destinato a noi. Proviamo su un bongo piccolissimo: il tentativo fallisce miseramente.

La gaffe: “è tua figlia, Lucio?”. “No è mia moglie!”. Donna bambina: generazioni che si susseguono a ritmo incalzante per debellare la malaria, l’oncocercosi, i vermi e tutto il resto. Ah la natura!

Decidiamo di fermarci per la notte in missione e attrezziamo la capanna – sala radio con le nostre amache e l’equipaggiamento.

I primi dubbi sull’efficacia dell’amaca si dissolvono subito. Non si resta piegati in due, con la testa che tocca le caviglie. Basta mettersi per traverso e diventa una tavola, si dorme anche a pancia sotto. D’altra parte tutti gli indios vengono concepiti in amaca e, di massima, sembra che vengano bene.

Ore 19.00 siamo invitati a casa del missionario dove godiamo di un caffè e di una fetta di torta. Ci racconta dei problemi sanitari della missione e dell’indifferenza del governo. Il problema più grave è quello della malaria: ci racconta di interi villaggi dell’Alto Ocamo (dove noi andremo) spazzati via da questa malattia.
Conosciamo due superstiti. 

Per la prima volta non mi insultano perché faccio il sociologo. Alla faccia degli antropologi che vorrebbero i parchi culturali, per chiuderci dentro i buoni selvaggi di cui devono preservarsi tutte le caratteristiche originali. 

Durante la conversazione risolviamo il problema dell’imbarcazione; il fratello del missionario ci affitterà il suo nuovo bongo che andrà a terminare nella nottata; il tutto ci costerà il doppio. Concordiamo i termini di pagamento con gli Yanomami; il missionario non interferisce nella nostra trattativa ma suggerisce un metodo per stabilire un patto: il 50% subito, il resto al rientro, se torniamo. Così siete sicuri, ci dice. Partiamo domani. 

Abbiamo apprezzato il lavoro di questo missionario. Con delicatezza e in punta di piedi ha offerto agli indios un insegnamento. Ha offerto loro un metodo per affrontare un problema, ha introdotto un nuovo livello di razionalità, promuove un aspetto del progresso. Intanto i piccoli indios si sfidano al video game di Mario nella Jungla!

Torniamo in capanna mangiucchiamo qualcosa e sperimentiamo il filtro per l’acqua. Passiamo una notte tranquilla, movimentata solo da un rospo e dai cani che rovistano nella nostra spazzatura.

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