La valle di Kathmandu – 2006

In Nepal ci facciamo una corsa con due cari amici: nel senso che il nostro viaggio dura una settimana, dal 17 al 26 febbraio 2006, tutto dedicato alla Valle di Kathmandu.

L’itinerario di volo ci porta a destinazione via Doha: un aeroporto degli emirati a questa data in piena esplosione per i lavori in corso e la troppa gente che ci si affolla, causando – raro a vedersi – lunghe code anche nei bagni maschili. Non c’è alcuno spazio attrezzato e ci si deve accomodare per terra dove capita: l’umanità presente è molto varia ma con una grande presenza centro asiatica che colora l’ambiente nello stile “bar di Guerre Stellari”. L’impressione è quella di un grande hub di povera gente che si sta trasferendo per lavoro a basso costo tra le aree asiatiche e quelle arabe. Il duty free è ricco proprio di quei souvenir arabi fatti di improbabili cammelli e cammellieri, mouse pad stile tappeto persiano, occhi di Allah, tè profumati e tabacchi alla mela.

Kathmandu ci accoglie con tranquillità relativa: re Gyanendra ritirato nei suoi alloggi ben protetto da 10.000 uomini mentre molte sono le manifestazioni di piazza contro la monarchia. Un cambiamento radicale è nell’aria. Infatti dal 1° febbraio 2005 Gyanendra esercita direttamente il potere esecutivo, al quale rinuncia poco dopo la nostra partenza (il 21 aprile 2006) per il perdurare di manifestazioni sempre più pesanti che lo portano alla decisione di trattare con il movimento rivoluzionario di ispirazione maoista. Il 28 dicembre 2007 il Parlamento nepalese ha infine approvato un emendamento costituzionale che ha sancito la transizione alla Repubblica.

Ma tutto questo avviene… dopo di noi. Che nel frattempo ci godiamo Kathmandu agitata ma sempre accogliente per i turisti, con una piccolissima popolazione italiana un po’ “fricchettona” e piacevolissima, colma di ristoranti prelibati a basso prezzo e negozietti che vendono ottimi tessuti più o meno lavorati nel dedalo delle stradine strette del quartiere Thamel. Insomma: non sarà più il Nepal sognato dell’ “immaginazione al potere” ma vale la pena andarci e starci un po’ raccogliendo la “maria” che cresce a ogni ciglio della strada solo per il proprio erbario scientifico, per notare che qui come altrove, il commercio del “pakistano” è affidato a neri rappresentanti dell’immigrazione nigeriana.

Dunque Kathmandu, a 1350 metri di quota circondata dai monti himalayani e lambita dal fiume Bagmati, oggi sfiora il milione di abitanti e raddoppia la cifra se consideriamo la grande conurbazione che comprende Patan e Bhadgaon.

Tra i monumenti della città è famosissimo il Boudanath, lo stupa più grande del Nepal che si ritiene che contenga un frammento di osso del Buddha . Esso è il punto di riferimento di tutti gli esiliati Tibetani nel mondo ed è meta di pellegrinaggi da sempre: la sua storia è legata a Lhasa e alle carovane di mercanti che ogni anno attraversavano l’altopiano tibetano e l’Himalaya per commerciare a Kathmandu. Boudanath è tutt’oggi punto di riferimento per sherpa e alpinisti che intraprendono spedizioni sulle montagne più alte del mondo.

Noi, più semplicemente, da qui ci incamminiamo per il tempio di Pashupatinath, sulle rive del sacro fiume Bagmati nella cui vasta area si trovano, per lo più allineate sulla riva destra del corso d’acqua, anche numerosi plinti lapidei atti alle pire per la cremazione dei cadaveri.

L’area del tempio è attivissima perché Pashupatinath è dimora prediletta dei Sadu, Santoni Hindu asceti devoti della divinità di Shiva che si cospargono di cenere sul corpo come segno della rinuncia ai beni materiali e al mondo terreno, che in questi giorni stanno arrivando da tutta l’India per la festa annuale. In questo caleidoscopio si mischia l’odore forte del fumo dei cadaveri con quello del “fumo” dei Sadu.

Tutta la città e i suoi dintorni sono punteggiati da luoghi di culto Buddisti e Hindu, dove agli stranieri è possibile seguire corsi di meditazione come nel monastero di Kopan, di tradizione tibetana; stupirsi e meravigliarsi al Dakshinkali, il tempio dedicato alla dea Khali dove capre e polli vengono sgozzati per i sacrifici, tra fiumi di sangue e fumi di candele; camminare per le colline del celebre Swayambhunat – il Tempio delle Scimmie – a ovest della città.

La Valle di Kathmandu è l’area di insediamento dei Newari, uno dei gruppi autoctoni originali del Nepal, oggi la sesta comunità del Paese con circa due milioni di persone.

Bhaktapur o Bhadgaon o Khwopa, è forse la più famosa città newari situata nella parte est della Valle di Kathmandu, fondata nel 12° secolo da re Ananda Deva Malla, divenne capitale del regno Malla. Fu costruita a forma di triangolo ai cui estremi sorgevano tre templi dedicati al dio Ganesh, protettore della città. Fu un importante centro di transito carovaniero sulla rotta tra India e Tibet e in questo periodo fiorì come centro commerciale. Oggi è un sito archeologico patrimonio dell’umanità dell’Unesco, tra i più visitati del Nepal, famoso soprattutto per la sua piazza (Durbar Square) dove si trova il Palazzo delle 55 finestre costruito nel XV secolo da re Yakshya.

Kirtipur è una delle antiche città Newari costruita sulle colline fuori dalla capitale, in una posizione strategica che le consentì di rimanere per lungo tempo stato indipendente e l’ultimo regno conquistato dal re Prithvi Narayan Shah, quando unificò il Nepal nel 18° secolo: camminare per le sue vie dense di antiche case e templi di legno e pietra è un salto nel medioevo nepalese. Come a Khokana e a Bungamati: altro classico villaggio Newari del 16° secolo famoso per il tempio a Rato Machhendranath, divinità della pioggia conosciuta anche come Karunamaya, il Dio della misericordia.

Secondo la leggenda ci fu una grossa siccità in Valle durante il regno di Narayan Dev di Bhadgaon (oggi Bhaktapur) che durò per più di 12 anni. La causa era Gorakhnath, discepolo di Machhendranath, che seduto in cima al colle Mrigasthali, aveva impedito ai Naga (divinità serpenti) di portare la pioggia. Infelice perché la gente non si curava di lui aveva voluto punire gli uomini.

L’unico modo per far spostare Gorakhnath dal colle e liberare i naga era portare il suo Guru in valle. Dopo lunga discussione il Re e due cortigiani andarono in Assam a prendere Rato Machhendranath dove risiedeva.

Il piano era di servirsi di mantra tantrici per trasformare Machhendranath in un ape e portarlo in valle dentro un anfora cerimoniale. Tutto fu perfetto e Bandhudutt, attraverso rituali tantrici e mantra, catturò il Dio nel vaso.

Così accadde che quando tutti erano sulla via del ritorno e si fermarono a Patan, Gorakhnath sentì dell’arrivo del suo Guru e scese dal colle. Non appena lasciò Mrigasthali per incontrare Machhendranath, i Naga scapparono e portarono la pioggia nella Valle di Kathmandu.

Patan anche conosciuta come Lalitpur, è considerata la più antica e bella tra le città reali nella valle di Kathmandu: fondata nel 3° secolo avanti Cristo dalla dinastia Kirat fu successivamente ampliata dai Lichavi nel 6° secolo.

E dopo tanta terra… in volo: a piedi non ci saremmo mai arrivati. Ma nel chiarore del mattino, su un piccolo volo della Budda Air avvicinarsi alla maestosità dell’Himalaya lascia il segno addosso della magia del Nepal.

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