Tra i Saharwi col Polisario in Sahara Occidentale - 2001 |
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Emerge subito evidente, quindi, un processo di istituzionalizzazione del conflitto sahariano, in quanto la stessa RASO è una organizzazione statale in esilio ammessa (dal 1982) dall'Organizzazione dell'Unità Africana (Oua) e con un rappresentante presso l'Onu. Il diritto all'autodeterminazione del Popolo Saharawi è riconosciuto dalle Nazioni Unite, le quali dal 1991 sono presenti nel Sahara Occidentale con la missione di peacekeeping Minurso, che al 31 luglio 2001 consta di 202 osservatori militari, 34 operatori di polizia, 273 civili provenienti dai Paesi partecipanti (tra cui l'Italia) e 120 locali. In concreto, l'obiettivo della missione, che è quello di rendere possibile la realizzazione del referendum di autodeterminazione, è lungi dall'essere raggiunto e continua a essere posticipato nel tempo a causa del contenzioso formale sulla costituzione delle liste elettorali, incentrato sul diritto al voto dei numerosi coloni marocchini incentivati dal Marocco a stabilirsi nelle aree reclamate e da quello informale, ma sostanziale, sulla ridistribuzione di poteri e interessi nella zona (cfr.: ARSO - Association de soutien à un référendum libre et régulier au Sahara Occidental). |
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Il mio viaggio nella RASO prosegue verso Dakhla, la più lontana tendopoli da Tindouf, circa 200 chilometri a sud est, sul confine mauro. Nel mio percorso ho occasione di fermarmi, tra una corsa a velocità sostenuta nel deserto su piste tendenzialmente "dure", a EI Ayoun e Smara (di massima si tratta della pista a sud di Tindouf indicata sulla Michelin 953). EI Ayoun è la capitale della Repubblica, come tutti i centri Saharawi un miscuglio di grandi tende, cucite dalle donne con i teli degli aiuti internazionali, e case in muratura. Come tutti i centri Saharawi dotata di un Protocollo e della scuola, organizzata in quartieri ordinati, abitata da persone sempre dignitose e determinate a ricostruire una quotidianità normale nel lungo esilio. Qui, inoltre, è stato realizzato un orto: una grande area recintata in cui il deserto, generoso quando irrigato, produce gustose carote e qualche altra verdura. Con il supporto della cooperazione, tra cui molto attiva quella italiana, sono stati intrapresi studi sulle modalità di irrigazione più confacente al clima e sulle tipologie di vegetali a miglior rendimento. Tuttavia qualche perplessità sul reale utilizzo degli orti, all'osservatore può restare, quando egli si chiede quanta pesi la componente comunicativa della realizzazione di "un orto nel deserto" rispetto alla concreta volontà di coltivare per produrre in quantità utili al sostentamento delia popolazione, ora massicciamente affidato agli aiuti internazionali. Proseguendo per Smara e Dakhla, il viaggiatore sahariano che è in me si ristora nel deserto, dove gli affioramenti di fosfati disegnano concrezioni preziose e dove, nei pressi di Dakhla, si assiste a stratificazioni fossilifere mai viste altrove. Ma lungo la pista altri segni ricordano il contesto in cui ci si muove. A sud di Smara, mi fermo nell' Università del Deserto: un'ampia struttura distante una trentina di chilometri dalla tendopoli, in cui sono presenti scuoIe di diverse grado, tutte molto ben organizzate, oltre a una piccola università di formazione per i quadri del Polisario, dove sono invitato a tenere una lezione sui processo di globalizzazione. Un'aula decorosa e quasi fresca mi accoglie, accanto a una sala computer molto ben dotata, con un pubblico di giovani donne e uomini attenti e partecipanti. Ancora si nota la forte dimensione organizzativa che caratterizza la RASD e il Polisario, che cerca di prevedere un ruolo funzionale alla struttura per Ie persone, preparandole con un'attenta azione formativa e riservando alle donne - d'altra arte molti uomini sono al fronte - ambiti specifici di responsabilità. Nulla è lasciato al caso ma tutto e tutti sembrano essere orientati a un progetto comune: chi viaggia nel deserto sa che in questa ambiente non si sopravvive per caso, ma competenza e determinazione fanno parte delle doti necessarie, ancor più ciò è vero per un popolo che in questo ambiente ostile combatte una propria guerra. Senza ricordare questo, I'organizzazione della RASD può sembrare eccessivamente strutturata, poco rispettosa delle singole individualità, troppo legata a schemi ideologici a cui - soprattutto in passato - il Fronte ha anche fatto riferimento. Ma pur senza negare la consistenza di questa dubbio, una ragione di incertezza nel giudizio mi viene proprio dal ricordare che si tratta di una Università del Deserto di un popolo senza terra. Conclusa questa mia inattesa lezione, altri due segni notevoli si incontrano verso Dakhla. Circa 120 km a sud di Tindouf vicino a Gara-Djebilet e alla frontiera maura, si trova I'area ben sorvegliata di uno dei piu ricchi giacimenti di ferro a cielo aperto del mondo (2 miliardi di tonnellate), la cui estrazione è vantaggiosa solo su larga scala e l’esportazione possibile attraverso l'Atlantico, 500 km più a ovest. Si tratta, dunque, di un giacimento assai "pesante", che suggerisce la funzionalità di un accordo tra una Repubblica Saharawi, indipendente e sovrana sul Sahara Occidentale, e l'Algeria, alla quale potrebbe toccare uno sbocco privilegiato sull'oceano dopo tanti anni di ospitalità per i profughi. Più oltre ancora, il mio Toyota sfiora una grande striscia di asfalto, proprio vicino al confine con la Mauritania, sicuramente capace di permettere l’atterraggio di velivoli di grandi dimensioni, che ricorda l’importanza strategica dell'area. L’arrivo a Dakhla è con il buio, sotto la prima stella di una limpida e fredda notte sahariana: a qualche chilometro il deserto algerino diventa mauro. La tendopoli è vasta, con ampie dune a oriente e acqua scarsa: un'atmosfera da avamposto, dove riesce difficile spiegare la permanenza di una società umana da venticinque anni, se non confrontata con Ie ragioni di una fuga precipitosa e la forte determinazione a radicarsi in un luogo, pur mantenendo fortissimi legami simbolici con la terra di origine. Ancora una volta, infatti, la vita é segnata dal mantenimento delle tradizioni e, per quanto possibile, delle consuetudini delle zone di provenienza. |
Qui passo lunge tempo con Wadha Ceggaf e sua figlia Darifa. Lui è un vecchio saharawi, i cui occhi hanno visto la storia del suo popolo, raccontata nelIe sue vicissitudini. Wadha Ceggaf proviene dal Sahara Occidentale dove era un nomade che vagava tra Ie terre francesi e spagnole, negli anni Trenta. Ha prima vestito una divisa dell'esercito francese, poi ha combattuto in Spagna con il manipolo di sahariani della guerra franchista, infine è scappato sotto un bombardamento marocchino verso l'Algeria. Ricorda con nostalgia quando cacciava la gazzella nel deserto e ricorda I'incomprensione per Ie punizioni che gli occidentali riservavano a chi cacciava la gazzella nel deserto. E' un uomo della sabbia, i cui innumerevoli granelli costituiscono la sua cultura e la sua sapienza sedimentata, dispensata oggi a chi ne ha bisogno, nel ruolo di saggio paciere, anziano educatore, capace lettore del Corano sotto una tenda. Darifa, una sua figlia giovane, è figlia della fuga, ha solo ricordi lontani delle dune occidentali, ha un marito al fronte che aspetta mentre svolge iI suo ruolo di donna impegnata nella promozione della memoria saharawi e nella organizzazione di attività ricreazionali e culturali a Dakhla. Darifa ha un figlio, Chabahi, un figlio dell'esilio, che frequenta la scuola Ali Omar, il quale mi confessa il desiderio di avere Ie armi, per combattere i marocchini. Dietro Ie tende, casse verdi di armi sono utilizzate come bauli, hanno etichette libiche. Nella vita familiare di Wadha Ceggaf si ritrovano tutti i gesti e Ie consuetudini dei nomadi: la preparazione del te e i riti dell'ospitalità, la dimensione spirituale e il bisogno di libertà, I'orgoglio della propria lingua e i rapporti tra Ie generazioni e i generi. E anche i caratteri di un popolo che si sente in esilio dopo venticinque anni: la determinazione a ritornare da dove e venuto e I'odio per chi Ii ha cacciati, I'ancoraggio irrinunciabile alle tradizioni e la provvisorietà dell'esistenza. E anche Ie regole rigide di una organizzazione: il sentimento di appartenenza e I'uniformità ai percorsi formativi, I'etero determinazione degli obiettivi e la perdita di individualità. |
Dal taccuino di viaggio |
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