Browsing Tibet - 2010

Mitica premessa.
Il Tibet, Shangri La, il Paese delle Nevi: già il nome cela un mistero che ha sempre esercitato fascino. E' del 1933 l'”Orizzonte Perduto” di James Hamilton in cui si celebra il paese racchiuso tra le alte cime Himalayane, dove regna la pace di una grande comunità lama. Ma L'ispirazione viene da lontano: dalle memorie missionarie di chi aveva solo sfiorato quella terra, spesso raccontandola di seconda mano, concendendo ancor più al dipinto velato dalla distanza. Il mito dell'eden tibetano, pertanto, riverbera nei secoli. Scrive il nostro Marco Polo, senza esserci mai stato, dei magici stregoni tibetani alla corte del Gran Kan.
Quando l'uomo è partito di questa cittade e cavalca 3 giornate, sí si truova una cittade ch'è chiamata Giandu, la quale fee fare lo Grande Kane che regna, Coblai Kane. E àe fatto fare in questa città uno palagio di marmo e d'altre ricche pietre; le sale e le camere sono tutte dorate e è molto bellissimo marivigliosamente. (...) E sí vi dirò una maraviglia ch'io avea dimenticata, che quando 'l Grande Kane è in questo palagio e egli viene uno male tempo, egli àe astronomi e incantatori, e fa[nno] che 'l male tempo non viene in sul suo palagio. E questi savi uomini son chiamati Tebot, e sanno piú d'arti di diavoli che tutta l'altra gente, e fanno credere a le genti che questo aviene per santità. E questa gente medesima ch'io v'ò detto ànno una tale usanza, che quando alcuno uomo è morto per la segnoria, eglino lo fanno cuocere e màngiallo, m[a] non se morisse di sua morte.È sono sí grandi incantatori che, quando 'l Grande Kane mangia in su la maestra sala, e gli coppi pieni di vino o di latte o d'altre loro bevande, che sono dall'altro capo della sala, sí gli fanno venire sanza ch'altri gli tocchi, e vegnono dinanzi al Grande Kane; e questo vede bene 10.000 persone, e questo è vero senza menzogna, e questo ben si puote fare per nigromanzia.
E quando viene niuna festa di niuno idolo, egli vanno al Grande Kane, e fannosi dare cotanti montoni e legno aloe e altre cose per fare onore a quello idolo, perciò che si salvi lo suo corpo e le sue cose. E quando questi incantatori ànno fatto questo, fanno grande afummata dinanzi agl'idoli di buone ispezie, con grandi canti. Poscia ànno questa carne cotta di questi montoni, e' póngolla dinanzi all'idolo e versano lo brodo quae e làe, e dicono che gl'idoli ne piglino quello che egli vogliono. E in cotale maniera fanno onore agl'idoli lo dí della loro festa, ché ciascuno idolo à propia festa, come ànno gli nostri santi.
Egli ànno badie e monisteri, e sí vi dico che v'à una piccola città ch'àe uno monistero che v'àe entro piú di 2.000 monaci, e vestonsi piú onestamente che tutta l'altra gente. Egli fanno le magiori feste agli idoli del mondo, co li magiori canti e cogli magiori luminari.

Ottime mappe del Tibet si trovano al Tibet Map Institute insiem a molte informazioni.
Sono a disposizione 157 mappe, scala 1:350.000, anno 2009, stampa in A3.
Quelle da noi utilizzate queste sono già calibrate per QuoVadis.

Ancora v'àe un'altra maniera di rilegiosi, che fanno cosí aspra vita com'io vi conterò. Egli mai no mangiano altro che crusca di grano, e fannola istare in molle nell'acqua calda uno poco, e poscia la menano e màngialla. Quasi tutto l'anno digiunano; e molti idoli ànno e molto stanno in orazione, e tale volta adorano lo fuoco. E quelle altre regole dicono di costoro che digiunano che sono paterini. Altra maniera v'à di monaci che pigliano moglie e ànno figliuoli asai; e questi vestono di (altre) vestimenta dagli altri, sicché vi dico insomma grande differenza à da l'una a l'altra e in vita e in vestiri.
E di questi v'àe che tutti loro idoli ànno nome di femine
.” (il Milione, cap.74)
Dunque i tibetani magici e maledetti alla corte del Kan: Marco ci fa vedere l'inceso bruciato dai monaci, la loro organizzazione monastica, le pratiche funebri, con un dipinto lontano ma attuale.
De la provincia di Tebet : a presso le 5 giornate che v'ò dette, truova l'uomo una provincia che guastòe Mongut Kane per guerra; e v'à molte ville e castella tutti guasti. Quivi àe canne grosse bene 4 spanne, lunghe bene 15 passi, e àe dall'uno nodo a l'altro bene 3 palmi. E sí vi dico che gli mercatanti e' viandanti prendono di quelle canne la notte, e fanno ardere nel fuoco, perché fanno sí grande scoppiata che tutti li leoni e orsi e altre bestie fiere ànno paura e fuggono, e non s'acostarebbero al fuoco per cosa del mondo. E questo si fa per paura di quelle bestie, che ve n'à assai.
Le canne scoppiano perché si mettono verdi nel fuoco, e quelle si torcono e fendono per mezzo; e per questo fendere fanno tanto romore che s'odono da la lunga bene presso a 5 miglie, di notte, e piú; e sí è terribile cosa a udire che chi non fosse d'udirlo usato, ogni uomo n'avrebbe grande paura. E li cavagli che no ne sono usi si spaventano sí forte che rompono capestri e ogne cosa e fuggono; e quest[o] aviene spesse volte. E agli cavagli che non ne sono usi, egli li fanno incapestrare tutti e quattro li piedi e fasciare gli occhi e turare gli orecchi, sí che non può fugire quando ode questo scoppio. E cosí campano gli uomini la notte, loro e le loro bestie.
E quando l'uomo vae per queste contrade bene 20 giornate, non truova né alberghi né vivande, ma conviene che porti vivande per sé e per sue bestie tutte queste 20 giornate, tuttavia trovando fere pessime e bestie salvatiche, che sono molte pericolose. Poscia truova castelle e case assai, ove à uno cotale costume di maritare com'io vi dirò.
Egli è vero che niuno uomo piglierebbe neuna pulcella per moglie per tutto 'l mondo, e dicono che non vagliono nulla s'ella no è costumata co molti uomini. E quando li mercatanti passano per le contrade, le vecchie tengono loro figliuole sulle strade e per li alberghi e per loro tende, e stanno a 10, a 20 e a 30; e fannole giacere con questi mercatanti, e poscia le maritano. E quando il mercatante àe fatto suo volere, conviene che 'l mercatante le doni qualche gioia, acciò che possa mostrare come altri àe avuto a fare seco; e quella ch'àe piú gioe, è segno che piú uomini sono giaciuti con essa, e piú tosto si marita. E conviene che ciascuna, anzi che si possa maritare, conviene ch'abbia piú di 20 segnali al collo, per mostare che molti uomini abbiano avuti a fare seco; e quella che n'à piú, è tenuta migliore, e dicono ch'è piú grazios[a] che l'altre.
La gente è idola e malvage, ché non ànno per niuno pecato di far male e di rubare; e sono li migliori scherani del mondo. Egli vivono di frutti della terra e di bestie e d'uccegli. E dicovi che in quella contrada àe molte bestie che fanno il moscado, e questa mala gente àe molti buoni cani, e prendonne assai. Egli non ànno né carte né monete di quelle del Grande Kane, ma fannole da loro. Egli si vestono poveramente, ché 'l loro vestire si è di canavacci e di pelle di bestie e di bucerain, e ànno loro linguaggio e chiamansi Tebet. E questa Tebet è una grandissima provincia; e conteròvene brevemente, come voi potrete udire.
” (il Milione, cap.114)
Nel racconto ecco comparire l'antica autonomia tibetana, anche dal Kan, i costumi poliandrici, il grande plateu di alta quota, desolato e abitato da briganti e animali selvatici.

“Ancora de la provincia di Tebet : Tebet è una grandissima provincia, e ànno loro linguaggio; e sono idoli e confinano co li Mangi e co molte altre province. Egli sono molti grandi ladroni. E è sí grande, che v'à bene otto reami grandi, e grandissima quantità di città e di castella. E v'à in molti luoghi fiumi e laghi e montagne ove si truova l'oro di paglieola in grande quantità. E in questa provincia s'espande lo coraglio, e èvi molto caro, però ch'egli lo pongono al collo di loro femine e de' loro idoli, e ànnolo per grande gioia. E 'n questa provincia à giambellotti assai e drappi d'oro e di seta; e quivi nasce molte spezie che mai non furo vedute in queste contrade. E ànno li piú savi incantatori e astorlogi che siano in quello paese, ch'egli fanno tali cose per opere di diavoli che non si vuole contare in questo libro, però che troppo se ne maraviglierebbero le persone. E sono male costumati. Egli ànno grandissimi cani e mastini grandi com'asini, che sono buoni da pigliare bestie salvatiche; egli ànno ancora di piú maniere di cani da cacc[ia]. E vi nasce ancora molti buoni falconi pellegrini e bene volanti....” (il Milione, cap.115)
Ma la testiomonianza di Marco non è la sola, accompagnano più o meno nello stesso periodo da tentativi missionari nella regione dei Tartari.
Giovanni di Pian del Carpine (Magione, 1182 ca. - Perugia, 1252) è stato un religioso italiano tra i primi compagni di Francesco d'Assisi e frate minore. Dal 1243 fu presso la corte di Innocenzo IV, che due anni dopo lo invia come legato presso i Tartari, per portare due bolle papali al Gran Khan, che in effetti incontrò più volte. Molto si sa di questo viaggio (che attraverso la Polonia e poi la Russia, sembrava doverlo condurre ai confini del mondo), grazie allo straordinario resoconto che egli stesso ne diede nella sua Historia Mongolorum : il suo itinerario si sviluppò da Cracovia a Kiev; superando poi Volga e il mar Caspio, per giungere sul lago di Aral; da qui si diresse verso il lago di Balkach per proseguire in direzione di Karakorum, dove per la prima volta incontrò il Khan e la nobiltà mongola.
Guglielmo di Rubruck (Rubruck, 1220 ca. - 1293 ca) fu un religioso fiammingo dell'Ordine dei Frati Minori e il suo resonto del viaggio in Asia è uno dei capolavori della letteratura geografica. Guglielmo accompagnò il re Luigi IX di Francia alla Settima Crociata nel 1248 e qualche anno dopo, il 7 maggio 1253, lasciò San Giovanni d'Acri per iniziare una missione con il fine di evangelizzare e convertire i Tartari. Al suo ritorno in patria Guglielmo presentò al re Luigi IX un vero e proprio rapporto preciso e dettagliato del viaggio dal titolo Itinerarium fratris Willielmi de Rubruquis de ordine fratrum Minorum, Galli, Anno gratia 1253 ad partes Orientales. Nel suo resoconto descrisse le curiosità delle popolazioni mongole, correndandole da molte osservazioni geografiche: l'Itinerum fu il primo trattato che descriveva l'Asia centrale in maniera scientifica. Guglielmo fu inoltre il primo occidentale che dimostrò che si poteva raggiungere la Cina anche passando a nord del Mar Caspio, anche se tale via era sicuramente conosciuta dagli antichi esploratori scandinavi.

In realtà entrambi i missionari non vanno in Tibet ma raccontano dei tibetani perché questi sono tra i mongoli come maestri: il Gran Kahn usava i lama come maestri per divulgare e mettere le basei di una cultura alta in Mongolia.
Mentre questo esercito, vale a dire l'esercito dei mongoli, era di ritorno, giunsero alla terra di Burithabet, da loro hanno conquistata in battaglia. Gli abitanti sono pagani, che svolgono un incredibile costume o piuttosto disdicevole, perché quando il padre di qualcuno “paga il debito della natura umana” (=muore), si raccoglie tutta la famiglia e lo mangiano, ci è stato detto questo per un fatto. Non si fanno crescere la barba, anzi portano nelle loro mani, come abbiamo visto, uno strumento di ferro, con cui sempre strappano la barba non appena qualche pelo ricresce, e sono estremamente deforme (brutti).” (Giovanni di Pian del Carpine)
“Seguono i Tebec, uomini la cui abitudine era di mangiare i loro genitori defunti, in modo da fornire loro, come pietà filiale, non altro sepolcro se non i loro stomaci proprio. Ora hanno smesso di farlo, perché così si rendevano detestabili agli occhi di tutti gli uomini. Eppure fanno ancora belle coppe con i crani dei loro genitori in modo che quando si beve con tanto piacere si ricordino di loro. Mi è stato detto questo da uno che li aveva visti. Hanno un bel po' di oro nel loro paese, quindi se qualcuno ne ha bisogno scava fino a trovarlo e se ne prende tanto quanto ha bisogno, mettendo il resto di nuovo nel terreno, poiché egli crede che se lo mettesse tra i suoi tesori o in una scatola, Dio allontanerebbe da lui tutti i doni della terra.” (Guglielmo di Rubruck)
E' evidente come tutti questi racconti “per sentito dire” non abbiamo fatto altro che rilanciare il mito del Tibet, di Shangri La tra le nevi.
Noi stessi non possiamo fare a meno di partire con questi racconti nelle orecchie.

Dal 1° al 4 agosto: acquisti a Kathmandu.
Kathmandu: è solo una sosta tecnica sulla via per il Tibet che percorreremo in auto fino a Lhasa, poi da qui in treno per Xining e finire in aereo a Pechino.
Quando non è la prima volta che torni nel medesimo paese, oltre che goderti meglio le sensazioni curandoti meno delle informazioni, ti rendi conto di particolari fino ad allora non valutati, le sfumature che fanno sì che un quadro bello diventi qualcosa di notevole.
Per esempio, questo ritorno a Kathmandu ha sottolineato – magari a torto per una eccessiva sensibilità del momento... ma non importa – l'insistenza dei venditori per turisti che affollano la città e le vicinanze comandate dalle guide.
Ho identificato alcune strategie consolidate.
La strategia dell' Er Più... (da romanesco): è fondamentale comunicare al turista che proprio li, dietro l'angolo c'è “la più grande piscina dell'Asia”, “l'edificio che ha 965 finestre” e non una di meno o di più, “la più bella finestra intagliata della valle” e via di seguito. L'importante è che sia l' Er Più... di qualcosa, o almeno abbia una specificità che lo distingua perfettamente da quello che non è (tre è diverso da non tre), perché ciò lo qualifica come un necessario spot turistico da non perdere. Io non vedo l'ora, qui a Kathmandu, di sentirmi proporre di vedere il più grande dei più piccoli Budda dell'Asia, affinché anche la perfetta medietà possa diventare attrazione turistica eccellente. In fin dei conti ciò sarebbe la consacrazione del “tutto è possibile” che molto spesso è anche ciò che il turista ricerca, immedesimandosi fino in fondo nella sua nuova identità che confonde Indy con Fantozzi.
La strategia dell' Uno ”, l' Ek scritto come un punto interrogativo tra gli occhi del Budda nepalese per richiamare all'unità delle cose, ha un altro significato nel linguaggio dell'economia turistica. Infatti, ogni venditore che ti approccia ti vende qualcosa che vale uno: un piffero o un ciondolo, un portafoglio o una statuetta. L' Uno , inoltre, dipende dalla nazionalità monetaria del potenziale acquirente: un dollaro, un euro, ... In un attimo l'offerta si adegua e, per esempio, da un dollaro diventa un euro quando il procacciatore capisce che sono italiano. Geniale: niente conti complicati, tutto è ridotto all'unicum perfetto senza cambi né fratti. Inoltre, non si vende l'oggetto ma l'affare! A chi importa di avere un piffero, un portafoglio o un ciondolo in osso di yak? A nessuno. Ma la valutazione dell'acquisto non ti viene suggerita in funzione dell'oggetto (che in genere non serve a nulla) ma rispetto al valore che gli attribuisci, cioè all'affare. Anzi al doppio affare che proponi all'italiano: prima un dollaro, poi un euro. “Ma io gli propongo un dollaro così ho il cambio a mio vantaggio! Che furbo e che affare!” Così si conclude con la doppia soddisfazione di chi compra e di chi vende.
Di contorno a queste strategie, si può notare che entrambe vengono promosse da fasce deboli (diremmo così in Italia): vecchi e bambini, vedove e storpi che hanno una loro specifica capacità di penetrazione anche se non una sufficiente capacità di motivazione all'acquisto. La vera spinta è nel dubbio dell'affare e la compassione eventuale per il venditore giustifica il risultato potenziale raggiunto.

5 agosto: in Cina, anzi in Tibet, insomma in due posti insieme.
Finalmente in Tibet faticosamente perché siamo stati bloccati da una frana a 20 chilometri dal confine. Il monsone nepalese ci crea qualche problema anche se di molto inferiore ai disastri che gli scrosci d'acqua stanno facendo sulle dorsali pakistane e cinesi. Per fortuna due caterpillar sono all'opera e in un paio d'ore ripianano il misfatto permettendo alla lunga teoria di mezzi di raggiungere a Kodari il Ponte dell'Amicizia, che lega i due versanti di una valle verde e stretta fronteggianti il Nepal e la Cina. Il confine chiude alle 17.00 di Pechino (distante 5000 chilometri ma onnipresente per legge, anche sull'ora del tramonto) pertanto abbiamo un tempo limite ben preciso.
Dalla parte nepalese baracche e militari in mimetica, dalla parte cinese militari in uniforme di lusso e guanti bianchi ad accoglierti e a farti le pulci. In particolare viene controllato ogni libro e ogni mappa per verificare in che modo sia scritto Tibet. Il Tibet, infatti, non può che essere cinese e solo cinese: se sulla mappa o sul depliant ci fosse un minimo accenno o un'equivoca interpretazione con qualche spazio di autonomia sarebbero guai. La Cina è Cina: si vede in questi dettagli polizieschi ma anche per il fatto che, in pochi chilometri, si entra in un mondo dove c'è elettricità e acqua calda, case accoglienti e negozi riforniti di tutto, l'onnipresenza di China Mobile e di China Post. Quanto vale questo per i Tibetani, per gli Han e per il mondo intero... una valutazione obiettiva non credo sia possibile, io stesso quando viaggio sono influenzato dalle mie necessità del momento ed è facile perdere la capacità dello sguardo lungo nel futuro per capire cosa è meglio.
Per esempio arrivo a Nyalan dove, solo 4 anni addietro, il nostro attuale hotel Snowland era descritto come il migliore: una casa privata di quattro stanze molto spartane. Oggi è una casa di tre piani con quasi tutti i confort: più Cina e meno Tibet, è vero però... E anche questo fa parte del giudizio complessivo.

6 agosto: Om Mani Padme Hum - Om Money Padme Hum.
Trasferimento da Nyalam a Shegar: al posto della pista descritta nel 2007 ci sono circa 200 chilometri di ottima strada con qualche check point rapido, solo alle porte della città trascrivono i dati dei nostri passaporti (noi intanto viaggiamo tranquilli senza visto cinese, con il permesso di transito per il Tibet che ci verrà ritirato alla partenza da Pechino, in frontiera). Intanto l'Everest si nega tra le nubi profonde: pranziamo senza di lui a Tingri in un ristorante tipicamente tibetano. Ma ecco che al Lalung La - il passo di oltre 5000 metri – tocchiamo finalmente la neve, le montagne continuano a nascondersi, noi combattiamo il disagio di chi non è abituato a queste quote, che ormai ci perseguiteranno nei prossimi giorni muovendosi sempre tra i 3600 e i 5200.
Il Tibet è uno di quei posti dove, con piacere, senti aumentare su di te la pressione. Intendo quella atmosferica: ogni passo verso un santo monastero costa una fatica improba al sedentario milanese cinquantenne, il quale ama la pressione della discesa che conta con un preciso aumento di millibar sui propri polmoni, traducendosi in una maggiore quantità di ossigeno.

Om Mani Padme Hum : letteralmente può essere tradotto come Salve o Gioiello nel fiore di loto ed è il mantra perpetuamente recitato in ogni tempio e filanda, scandendo il tempo in modo ossessivo. È sulla via per Shegar che entriamo nel primo nostro tempio lamaista tibetano: q ui ogni visita a un tempio è una scalata, ogni volta si tratta di raggiungere una delle più alte vette delle alpi e, con una certa frequenza, superarle perché il tempio è sempre proprio arroccato in alto, sopra il villaggio che è già ben oltre i 4000. Lungo la strada capita di essere accompagnati da qualche ragazzino del villaggio che recita il solito mantra laico e globale: “Come ti chiami? Io mi chiamo…! Da dove vieni? Io vengo…!”. “The cat is under the table”, “the book is on the table”: insomma i rituali linguistici usuali. Lungo la salita, mano a mano che si incontrano le preghiere disposte a margine del sentiero da fare girare in senso orario perché la latta preghi per noi, il medesimo ragazzino intona il suo Om Mani Padme Hum. Tu a questo punto del percorso hai già poco fiato, se sono i primi giorni hai anche mal di testa, non hai nessuna voglia di continuare il gioco “Come ti chiami? Io mi chiamo…! Da dove vieni? Io vengo…!”. Ameresti il silenzio della fatica per sentire meglio la spiritualità del luogo (che a quelle quote e da quelle parti è necessaria e fa parte del paesaggio). In cima il monastero ti accoglie fumigante delle lampeda al burro di yak, impregnato di odori e di suoni che si muovono con vibrazioni profonde. I monaci dal saio rosso ti raccontano della santità dell'ultimo lama morto tre anni prima, di cui sono sopravvissute al fuoco della pira mortuaria la lingua e gli occhi, organi custoditi con necrofila gelosia nelle profonde sale. A te bastano le tue gambe per affrontare la discesa. Il ragazzino sempre accanto riprende il suo mantra che, prosaicamente, si trafoma in un Om Money Padme Hum, richiesta giustificata per il il semplice fatto di avere condiviso non invitati la fatica della salita, in cui hai dovuto anche fare il socievole… Il nuovo mantra risuona costante, seppure lontano dalle guide e dai pellegrini che deplorano questa forma di accattonaggio che va purtroppo diffondendosi tra i ragazzini. In ogni caso la contaminazione mantrica degli “Om” è una prima conseguenza delle contaminazioni culturali globali.
Ai piedi della discesa un gruppetto di donne tibetane tra i 50 e i 70 anni fila la lana, ci accoglie con un sorriso che fa una sola dentatura completa per il gruppo intero e ci chiede una fotografia che manderemo a un indirizzo scritto in cinese.

Om Mani Padme Hum

7 agosto: furia rivoluzionaria.
Poco prima di Shigatse arriviamo al piccolo monastero di Narthang, distrutto durante la rivoluzione culturale e ora ricostruito sulle macerie degli stupa antichi. I monaci mostrano una buia biblioteca dove si conservano circa 6000 matrici in legno degli antichi libri sacri: si tratta di tavolette scure, di legno inciso, che recitano per la stampa le preghiere lette dai monaci nella sala delle assemblee del tempio. Prima della rivoluzione culturale cinese ce ne erano almeno il doppio, quanto resta è stato salvato dai tibetani nascondendoli nelle case. Purtroppo, nessun volume è arrivato completo al presente, i pezzi si sono persi consumati nel tempo, nelle ruberie e nei camini di inverno, recitando il fumo le preghiere, in questa religione dove si delega ai cavalli del vento (le bandiere colorate) e al rotolare dei barattoli di latta l'esercizio della parola con Dio. I medesimi monaci raccontano quasi in lacrime le storie di quando i giovani soldati della rivoluzione brindavano a birra e whisky sugli altari sacri, disperdendo le reliquie. Allora mi vengono alla mente i racconti dei miei vecchi amici frati intenti a ricercare, tra gli antiquari milanesi, le antichità sopravvissute alla medesima furia iconoclasta dei fraticelli sessantottini. Perché, in forma non molto diversa, anche questo è capitato in Italia. Oggi Pechino si limita a contingentare il numero delle nuove adesioni di giovani al convento. A richiedere un permesso speciale per donare una statua al tempio oppure per portarvi le ceneri di un morto. In pratica, tutto è vietato ma tutto è possibile se si ha il permesso con il timbro giusto. Mi sembra una forma molto abile di stabilizzazione e di mantenimento del potere, capace anche di garantire la perfetta istituzionalizzazione del favore personale.
Questa è la Cina del controllo. Ma è anche la medesima Cina che oggi rende possibile andare da Kathmandu a Lhasa in un paio di giorni per 1000 chilometri, tutto su asfalto. Solo fino a 5 anni fa era impossibile e le auto si bloccavano nel fango delle piste. L'asfalto oggi corre più veloce delle automobili! Sta tracciando in Tibet nuove reti di scambio certamente promosse e controllate dai cinesi. Forse è meno romantico per il turista e costa assai, in altri ambiti, alla popolazione locale. Che d'altra parte è la sola che possa valutare la giustezza dello scambio.

8 e 9 agosto: medioevo versus modernità.
Shigatse e poi Gyantse: non siamo a Lhasa ma siamo nel cuore del buddismo lamaista tibetano. Il Tashi Lumpo di Shigatse è il secondo complesso di templi più importante, secondo solo a Lhasa, ce lo testimonia la lunga fila di pellegrini locali che si mischia con la maggior parte dei turisti cinesi in cerca dell'esotico vicino. Come Narthang anche Tashi Lumpo ha subito la sorte della distruzione e della ricostruzione fraterna. Il complesso monacale è assai ampio, spalmato sulla collina di ingresso alla città solcata da un viale a quattro corsie lampionato. Il medesimo viale sarebbe zona pedonale fino al carrefour centrale di Shigatse, ma a nessuno è chiaro il senso della indicazione considerata la costante necessità di badare alle automobili che sfrecciano.
L'imponenza del Tashi Lumpo è tuttavia superata dal maggior senso di intimità che, il pur grande monastero di Gyantse, ci comunica. Sarà forse perché entriamo quando nella sala principale i monaci ritmano le preghiere con la voce e i tamburi, o per la penombra delle sale in cui si affacciano Budda e santi protettori. Qui ci ritroviamo nello stereotipo occidentale perfetto del buddismo tibetano, fatto di contemplazione mistica intensa come solo il cielo, più vicino a quelle quote, permette. Non può non piacere, mi piace e ci piace. Anche se sappiamo che si tratta di uno stereotipo che dimentica le uccisioni fratricide tra berretti gialli e rossi, il brigantaggio fino a poco tempo fa diffuso, un governo del paese ancora teocratico e medioevale quando il mondo già era incamminato sulla via delle modernità. Insomma, nel senso comune occidentale la realtà tibetana è stata contrabbandata dal senso mediatico di attori e calciatori convertiti all'”Om”. Ma non è proprio così. Nessun fraintendimento: qui la Cina sta facendo un'opera attenta di eliminazione della identità locale e, soprattutto, di supremazia politica. E non si può che essere contrari a ogni forma di sopraffazione culturale. Ma non si può credere che la Cina abbia combattuto un regime democratico e neppure almeno moderno: essa ha portato una brutale modernità là dove c'era il medioevo e, forse, avrebbe continuato a esserci. Come le due cose possano stare insieme, sviluppo sulla via delle modernità e tutela delle radici culturali, è il grande dibattito del mondo che stiamo vivendo, spesso confuso tra i fumi del sogno di quanto abbiamo perso e che vorremo ritrovare costringendo gli altri ad essere come eravamo noi.

La nostra guida è una giovane tibetana di 20 anni totalmente incompetente e maldisposta. La sua famiglia era troppo povera per mantenerla, non disponeva né di una casa adeguata né della terra da coltivare per il sostentamento. Così la inviò in India da uno zio monaco, insieme ad altri due bambini sherpa. Restò in India tredici anni, andando a scuola appena possibile e conseguendo l'undecimo grado di scolarità prima di rientrare a casa, essendo migliorate le condizioni economiche. Di quegli anni racconta con piacere, che le fa luccicare gli occhi ancora adesso, il fatto che ogni anno la scuola le fornisse due paia di scarpe, due gonne, due camicie e due camicette. Certo non di marca. Era ricca.

Al mercato vecchio di Shigatse ci insegue una donna anziana tibetana, con una bella collana al collo di turchesi, ambra, corallo e altro. Le collane che pesano al collo e nella tradizione di famiglia. Noi abbiamo già girato in lungo e in largo e acquistato. “Non ho soldi, non ho soldi, comprate la collana. So che avete già comprato quella che hai al collo.”, ci incita la vecchia indicando la collana di Irene. La comunicazione è nella lingua esclusiva di ciascuno dei parlanti ovviamente! Lei è anziana, senza soldi, la collana è bella: come ho scritto prima tutte le giustificazioni morali per concludere un affare senza pentimenti. Ci si accorda in maniera equa e si conclude. Ben fatto. E l'anziana si gira al banchetto del mercato a cinque metri di distanza, da i soldi alla giovane del banco - forse sua figlia - mentre il marito siede in silenzio col cappellaccio. Non c'è dunque stupore ma risa quando, infilando un'altra collana banale, torna da me con la medesima tiritera. Vecchia figlia di una scimmia e di una orchessa, come lo sono tutti i tibetani, testimonia un'antica leggenda! Le risate coinvolgono tutti. Il marito siede sul vecchio cuscino probabilmente abituato a queste vicende. Io mi siedo accanto a lui e, ognuno nella sua lingua, concorda nella tragica utilità della donne. Si ride tutti di nuovo ed è riso genuino perché non c'è mai stata malizia pari a quella consumata con ogni caffè senza scontrino a Milano.

10 agosto: strade del Tibet.
Ben circa 400 chilometri di strada ottima che ci portano fino a Tsedang. Paesaggi di alta montagna, tra laghi e ghiacciai attraverso i tre passi Simi La, Kahro La e Khambo La per scendere alle rive del Bramaputra. Insomma si oscilla tra i 5000 e qualcosa e i 3500 metri, ma ormai ci sentiamo abituati, almeno la testa non duole anche se la partita a pallone si può scordare.

La lunga discesa dal Khambo La al Bramaputra, in 25 chilometri di asfalto con duemila metri di dislivello mostra la capacità del driver. Come sempre la prima e unica regola di guida in Tibet è: la strada è a senso unico a tuo favore, fino a quando un fatto non ti dimostra il contrario. Così è anche per le due corsie nuove che si attorcigliano sui fianchi scoscesi, la discesa del land cruiser 4500 è costante, sempre in terza marcia tra i 1600 e i 2200 giri e, spesso, non si vede dietro al dosso, che “ dell'ultimo orizzonte il guardo esclude”. Il grande santo fiume ci accoglie in fondo e ci guida a levante su un'altra nuova strada del 2004 (quella del passo è del 2009).

Le strade. Un grande tema tibetano siano di asfalto o di acciaio. Tutte nuove hanno ridotto i tempi di percorrenza di almeno cinque volte nel paese, diventando strumento di unione perché connettono e di separazione perché portano dentro la diversità. Valgono una riflessione.
Primo commento: ricordo nel 2007, a una conferenza mondiale sulle migrazioni in Australia, quando Li Wenliang, Commissario della State Ethnic Affairs Commission della Repubblica Popolare Cinese, smise di parlare a una platea di circa 800 delegati e si aprì il dibattito: fu il silenzio gelido e imbarazzato di tutti di fronte alla teoria dell'armonia sociale appena decantata come politica del paese. La sua presenza era importante per la conferenza, le sue parole tutte orientate al tema della armonia tra le differenti culture della Cina e alle politiche per sostenerle stridevano alle orecchie degli occidentali che avevano ancora negli occhi le immagini del Tibet o degli Uiguri. Mi alzai e presi la parola per dirgli che ero molto soddisfatto di quanto avevo ascoltato e pertanto gli chiedevo di condividere con tutti noi la ricetta magica dell'armonia cinese, considerato quanto stava avvenendo appunto in Tibet e X injiang per mano militare . Nuovo imbarazzo e poi applauso liberatorio degli ottocento. Ero orgoglioso di me, inutile negarlo. <
Secondo commento: il Tibet oggi è percorso da ampie strade, che rendono possibile le comunicazioni con il mondo, punteggiate da cartelli pubblicitari con frequenti richiami alla necessità di costruire una società in armonia. Il fatto che resta è che alle 18, da Tsedang, ho potuto raggiungere le tombe degli antichi re tibetani e ritornare in città percorrendo i circa 60 km andata e ritorno in un'ora. Fino a molto meno di 60 mesi fa avrei impiegato una giornata.
Terzo commento: proprio nel solito tempio lamaista, questa volta costruito sulla collinetta delle antiche tombe reali, ho ascoltato un monaco, che là vive da solo, cantare le sue litanie al suono di tamburo, piatti e campanello. Tutto da solo: tacabanda. Nelle ombre rosse intense del tramonto e delle fiammelle delle lampade al burro. Suggestivo. Questo è il Tibet che voglio mantenere perché mi ci ritrovo nel tempo limitato che mi è concesso per un viaggio.
Sintesi: quanto siamo intortati dalla galera mediatica del vip neo buddista, meglio se attore o calciatore, e dagli interessi della politica. Ma anche della scienza, per quella parte che vorrebbe preservare le culture come oggetti da studiare, dentro agli zoo culturali, evitando le contaminazioni in nome di un rispetto astratto. Questo Tibet cambia a velocità impressionanate. Le strade lo testimoniano ciascuna con la sua data di nascita stampata su un cartello, tutte troppo giovani “per andare a scuola”. Queste strade stanno ai tibetani come restano a noi le nostre televisioni quando abbandoniamo il tempio del misticismo turistico sulla collina. Quello del nostro misticismo, non del loro che prima di quanto noi si supponga si abitua a convivere con l'asfalto e l'elettricità. Anche se questo a noi crea delusione che rompe il sogno: mai diventi realtà il sogno, che la bellezza loro è di restare tali! Certo i cinesi non sognano: fanno. E le opere restano. La loro politica dell'armonia, dunque, passa con molta probabilità attraverso le strade della quotidianità, che per l'uomo da sempre sono fatte di calci e di pugni. In fondo, i cinesi fanno più male ai nostri sogni tibetani che non ai tibetani che vivono le alte terre.

11 e 12 agosto: militari in piazza.
In viaggio verso Lhasa partiti da Tsedang risaliamo il Bramaputra sul suo lato sinistro. La pista, qui non c'è ancora stada, ci porta a Samye, primo monastero fondato nel 779 da Trisong Detsen, che da qui dichiarò il buddismo come religione di stato . Un altro tuffo nel misticismo tibetano che associa lampade al burro e telefonini ad alta tecnologia. Ma sorprende di più questa riva del fiume che si mostra in tutta la sua vastità occupando la valle intera: l'acqua mette in scena lo scorrere del fiume che per i locali si chiama Tsang Po e non è affatto sacro benché nasca dal Kailash, la montagna sacra. Il lascito del fiume sono ampie dune di sabbia fine che risalgono le pareti delle montagne per centinai di metri, uno strano spettacolo quasi sahariano che non ci aspettavamo di trovare in questa parte del mondo. La pista confluisce nell'asfalto che congiunge l'aeroporto internazionale alla capitale, per la quale manca comunque ancora circa un'ora di viaggio. Si entra a Lhasa, grande città cinese, con un viale a quattro corsie che scorre di fronte al Potala, fronteggiato dalla grande piazza dal pennone con la bandiera rossa che sventola. Resta forse anche il punto migliore per fare le fotografie di rito. Della identità tibetana nella città di Lhasa resta sicuramente l'incredibile lentezza della popolazione, sempre troppo occupata a fare girare le proprie preghiere senza rendersi conto di quante altre cose girino intorno a loro. Ma al di là di questo, i colori delle differenti etnie, insieme alla comune devozione e pratica religiosa, contrastano in modo evidente con una presenza forte della polizia cinese in assetto antisommossa. I militari non si nascondono affatto: marciano con lo schema 2,1-2, 2 nella Piazza di Barkhor davanti al Jokhang, il tempio più famoso della capitale, l'uomo al centro armato di fucile, tutti con le autoprotezioni. Ai lati estremi della stessa piazza due postazioni di osservatori sotto ombrelloni bianchi e rossi sui tetti, armati di telecamere e binocoli per comunicare ai compagni a terra eventuali movimenti sospetti. Nelle via adiacenti alla piazza e al tempio la medesima presenza dichiarata. I pellegrini e i giovani tibetani passano tra le maglie larghe delle pattuglie, alcuni con evidenti gesti di scherno, ma soprattutto estrinsecando una relazione che non c'è. Il gesto di scherno non mostra di suscitare alcunché. L'impressione è che tutto sia un gioco di consueta abitudine consolidato nella più grande reciproca indifferenza.

13 e 16 agosto: impero cinese.

Qualche giorno solo per Lhasa, tra una gita fuori porta e l'altra. Dunque soprattutto Potala. Ogni volta – dal Palazzo al Tempio - siamo schiacciati tra migliaia di pellegrini e turisti cinesi. In ogni caso sono tutti cinesi: spintoni, nessuna coda, vince il primo che arriva, scatarrate significative sotto i tavoli e lische di pesce abbandonate sui tavoli. Tanta maleducazione quanti sono: la buona educazione è un lusso ovunque nel mondo. E accanto a tutti la presenza dello stato nelle pattuglie armate che controllano soprattutto la città vecchia o nelle visite ingombranti dei vip che visitano i monasteri. Nel bene e nel male questa è la Cina di cui il Tibet è parte. In fin dei conti emerge con chiarezza che il cinese è un profondo individualista: i suoi percorsi di azione sono orientati dall'interesse individuale e la dimensione collettiva è quella della massa. Al contrario, l'occidente, che pure insiste sulla dimensione individuale, ha saputo declinare la collettività in termini di comunità. La massa cinese ha sempre bisogno del potere e del controllo esercitato da questo. Ciò può avvenire, nel tempo, per mezzo della figura paterna o del leader carismatico: il primo comandante per amore e il secondo comandante per ardore. Ma non è necessaria, in nessuno dei due casi, la condivisine dei valori di fondo che giustificano questa forma di potere: il padre, se avrà bene agito, otterrà i suoi effetti nella replica sociale della famiglia di origine. Il leader avrà dietro di sé felici supporti ideologizzati. Al contrario, l'individuo che si fa comunità mette in rete, condividendo sulla base di valori comuni, le opportunità individuali che diventano le risorse del gruppo. E' questa comunità che garantisce l'individualità di ciascuno perché la sua forza è nel non essere la semplice somma delle parti.

La Cina è l'individualità della massa, lo è stata e ci resta. Forse è carattere di tutta l'Asia moderna, o quasi, con qualche specifica considerazione per il Giappone e per il tempo degli hutong pechinesi, dove nei vicoli sopravvivevano forme di comunità etnica forti. Le stesse forme religiose asiatiche sembrano testimoniarlo, che ritrovano la dimensione di massa nella loro ritualità ormai oltre che medioevale (e pertanto così affascinante per noi western). La questione è che una tale condizione culturale si può esprimere solo nella ricerca, prima, e nell'uso, dopo, della migliore forma di potere e di controllo: la via forse inevitabile della cinesizzazione dell'Asia. Nel mondo globale, intessuto di reti sempre più fitte, l'espansione cinese fuori dal suo continente crea, pertanto, un problema perché si misura sul confronto tra la società individualista-comunitaria e quella individualista-di massa. Non è pertanto uno scontro economico ma di valori. La relazione tra il mondo e il mondo cinese, dunque, non può che essere politica e non economica. Anzi, la via economica è certamente perdente se misurata con il tempo breve degli uomini e non quello lungo degli imperatori cinesi. I miopi imprenditori occidentali che vedono nella Cina la migliore forma di investimento sono, pertanto, i primi artefici della fine del mondo occidentale, grazie alla licenza senza controllo a loro concessa da una classe politica altrettanto a vista corta.

14 e 15 agosto: acqua sopra (l'alluvione) e sotto (il lago).

Il Namt So, circa 230 chilometri a nord di Lhasa, è il più importante lago sacro ai tibetani: ce ne rendiamo conto quando, al mattino del 15, almeno 50 pullman arrivano per scaricare i pellegrini che gireranno intorno al monastero sulla penisola “a quota Monte Rosa”. Noi abbiamo passato la notte nella camerata della guest house sotto un paio di piumini, dopo una cena tra le più alte (di quota) e piccanti del viaggio. Uno yak si è ribellato a una fotografia di Irene causando la di lei fuga a precipizio: cosa che rarissimamente mi è stato dato di constatare da parte sua (di Irene non so dello yak). I cani, grandi mastini tibetani che vagano per il campo, latrano la notte insieme a un paio di lamiere che sbattono nel vento, con un concerto scomodo per chi ha il sonno leggero a 4800 metri. Intanto, intorno a noi si esprime tutta la religiosità del Tibet con le antiche superstizioni di favole e bandiere cantanti che riempiono la teologia e la quotidianità dei credenti. Noi come sempre ne restiamo scetticamente affascinati.

Questo stesso giorno è decretato di lutto nazionale per le frane che il 7 agosto hanno colpito Zhouqu nel Guansu provocando quasi 2000 vittime. Il tempo intorno a noi manifesta, infatti, tutta la violenza del monsone stagionale che confronta la sua forza con le pareti che contornano il Tibet. Qui dunque si scaricano scroscianti piogge che ingrossano i fiumi e stanno frustando a sangue il Pakistan, il Nepal, il Nord dell'India, la Cina dell'Ovest. I morti si contano a migliaia e così i dispersi sotto al fango. Noi ci salviamo perché siamo un'isola che vaga nel cielo, troppo in alto per non essere che il collettore delle violente piogge che poi rimbalzano a valle, sulla terra di tutti i giorni che, come tutti i giorni, trova la sua rinascita nella morte quotidiana. I lama guardano dall'alto.

Questo giorno è anche occasione per sperimentare l'efficienza cinese negli interventi di emergenza. Tutte le bandiere sono a mezza asta, l'operaio e il presidente a testa china partecipano, in modo compatto, alle dimostrazioni di lutto collettivo. Piange, realmente, un paese. Ogni bambino, uomo e donna, ha messo qualche yuan nelle numerose scatole per la raccolta di fondi. La TV trasmette a canali unificati solo news perché il ministro della cultura ha dichiarato la sospensione di ogni spettacolo. Le immagini che vengono passate sono di una città sott'acqua, occupata dalle truppe del salvamento che riescono a strappare alla morte gli ultimi superstiti. Mentre agli altri si distribuiscono viveri e acqua in un teatro in cui centinaia di mezzi pesanti sono al lavoro per costruire argini o rimuovere rovine. La potenza messa in atto dallo stato, con la risposta organizzata dell'esercito è imponente e potente. E su ogni mezzo, davanti a ogni squadra che porta conforto garrisce al vento (c'è sempre il vento giusto in questi casi) la bandiera rossa della Repubblica Popolare. Come a L'Aquila durante I soccorsi per il terremoto del 2009, mi viene di pensare, al di là di ogni considerazione solo per l'amore che la gente italiana ha per il tricolore. Qui lo stato è presente sempre: quando punisce duramente o quando tende la mano fraternamente, nulla da Confucio a Sun Tzu è cambiato. Quella di sempre resta la caIma immobile nei secoli del colosso cinese insuperabile e detestabile, con cui ci spetta il confronto. Un'alluvione evidenzia assai bene il carattere di questo popolo e di questo stato. E non basteranno le cateratte del cielo aperte per farci vincitori. Nel Taccuino, a fondo pagina, alcuni documenti visivi dell'alluvione.

17 agosto: rimescoliamo i biglietti.

Partiamo per Xining con il treno che collega Lhasa a Pechino. Per varie vicende, di cui è responsabile la tragica combutta di tibetani pseudo agenti di viaggio, avendo pagato i soft bed (la prima classe, quattro persone per scompartimento) siamo sugli hard bed (la seconda classe, sei per scompartimento) ma soprattutto sparpagliati sul treno. Poiché si tratta di una condizione condivisa da molti, appena saliti si attiva un circuito privato di redistribuzione dei biglietti che permetta ai gruppi di amici e parenti di ritrovarsi nel medesimo scompartimento. Cosa apprezzata per un viaggio che dura almeno 24 ore (Xining) o 48 (Pechino). La questione è che noi non conosciamo né tibetano né cinese, né l'inglese è parlato dagli altri che partecipano al gioco. E' un po' come quando, da piccoli si giocava al gioco delle sedie: una in meno rispetto ai partecipanti, tutti seduti quando cessa la musica, chi si fa trovare in piedi è fuori... E così via. Qui, al contrario, la punizione è restare fuori: il premio è avere trovato la cuccetta nel vagone e nello scompartimento giusto. Fino ad allora i biglietti (sempre scritti in cinese) girano di mano in mano per formare coppie, triplette e quartine vincenti. Ci va bene. Dopo una mezzoretta siamo tutti e quattro in una cabina da 6, senza porte perché non si usano, con due altri giovani cinesi che rientrano a Pechino. Tra circa 36 ore saremo nella capitale, scorciando col volo da Xining, e arrivederci Tibet.

Nel frattempo ci godiamo panorami tra i 4000 e i 5000 metri che ricorrono davanti al finestrino, gli yak punteggiano i morbidi e umidi pascoli verdi che cedono spazio alle nevi tanto alte, gazzelle, coyote e asini selvatici si accompagnano. Ci piace pensarci così spesso più alti del Rosa e del Bianco e l'imponenza delle cime ci attenaglia. Intanto, mentre queste meraviglie passano, i cinesi dormono nella loro cuccetta.

Appendice pechinese.

Una certa consuetudine con la città ci evita le visite di rito dandoci lo spazio per frequentazioni collaterali.

Silk Street High-rise è un mercato coperto, organizzato in quattro piani, per un totale di 35000 metri quadrati, circa 1700 stand, frequentato da 20000 persone giorno che salgono a 50000 nel week end, cinesi e turisti. E' il tempio dello shopping cinese che ti assale con l'insistenza dei venditori attaccati all'osso (al polpaccio del possibile acquirente) che non mollano mai. Inutile dirlo: Lacoste, Tommy H., Timberland, Rolex, Gucci... tutto il ben di Dio meglio marcato e rigorosamente falso. Dopo l'inevitabile, accesa, trattativa si porta via la polo di marca a 50 yuan e a 100 l'orologio. L'affare lo fanno sicuramente loro in questa guerra mercantile, senza esitare a venderti una camicia bucata e un prodotto difettato che, tanto, tu turista passi e vai. Loro solo restano. Ma il prezzo è tale che vale il rischio, e poi ci si diverte, e ti dicono “taccagno” se tiri troppo, e ti approcciano in spagnolo, perché in questo 2010 sono quei latini i più presenti al mercato, per rifarsi forse laggiù della crisi che attanaglia la Spagna.
Confesso: ho comprato anch'io il falso della polo. Senza esitazione né pentimento soprattutto per quegli industriali che invocano la tutela del made in Italy e fanno produrre proprio in Cina. Perfetta coincidenza tra prodotto nazionale e interesse personale per il proprio profitto. Molto spesso, infatti, i falsi sono prodotti proprio nelle medesime fabbriche sotto costo della RPC che producono gli originali. Solamente prendono un'altra strada nella fase di commercializzazione. Perché dunque preoccuparmi dell'affare del modaiolo italiano se ormai di italiano il suo prodotto ha, forse ma non ne sono affatto sicuro, solo il suo conto bancario?
Andate a Silk Street High-rise e comprate rigorosamente falso.

Donghuamen, il mercato notturno nelle vie centrali della capitale rilanciato nel 2000 come luogo per gustare i piatti tipici della cucina cinese.... nella sezione gastronauti un approfondimento su questa esperienza culinari e una sezione dedicata alla cucina tibetana.

 

 

Video taccuino
This text will be replaced

Il video del viaggio in formato flash, 16:9.

Gallerie di immagini:

Il mercato di Lhasa

Monaci e dei in Tibet

Ritratti tibetani

This text will be replaced

L'alluvione in Cina nelle immagini della TV , flash 16:9.

Per chi lo desidera il video è disponibile in formato MPG4, 16:9, 82Mb circa.

La mappe dell'alluvione

 

Album fotografico

Festa di cavalli

 

Pellegrini a Lhasa

 

 

La vita dei monaci trascorre tra le litanie delle preghiere ripetute all'infinto nella sala dell'assemble del tempio o animata da accesse discussioni, messe in scena secondo precisi rituali.

 

Pechino alle Olimpiadi

Dal taccuino di viaggio

Colorati biglietti di ingresso

Politiche centro asiatiche: il taxi che ci precede, mentre viaggiamo dalla stazione all'aeroporto di Xining, espone un bell'adesivo di Osama Bin Laden... abbiamo trovato un supporter?

Nei medesimi giorni ecco un'ulteriore conferma del rilancio del Grande Gioco: i presidenti di Tajikistan, Afghanistan, Pakistan e Russia si incontrano per tessere nuove vecchie alleanze...