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Spedizione tra gli Yanomami - Alto Orinoco, Alto Ocamo - 1997

Le quattro del mattino ci sorprendono sulla pista dell'aeroporto di Puerto Ayacucho, capitale dello stato delle Amazonas, all'estremo sud del Venezuela... e io ancora mi chiedo “perché ?”.
Tutto quanto, infatti, è nato rapidamente attorno a un affollato tavolo di carte universitarie, sulla scorta delle discussioni sul processo di globalizzazione e con negli occhi i tanti documentari che ci ricordano tigri che muoiono, elefanti che “resistono”, piante che si avvizziscono, ecc. Mai, tuttavia, tanta preoccupazione e documentazione per le numerose culture che vanno scomparendo nel mondo. Quasi che quell'inevitabile globalizzazione di cui si parla, debba necessariamente concretizzarsi nell'omogeneità culturale più assoluta. Al contrario, questo è stato il nostro punto di partenza, solo la valorizzazione di ogni singola cultura, sola la possibilità che ciascuna cultura ha di esprimersi autonomamente nel rispetto reciproco, solo questi possono essere i presupposti per la vita del XXI secolo.

Da questi ragionamenti alla pista di decollo in Amazzonia il percorso è ancora da chiarire.
Su quei presupposti è nata l'idea di documentare e, soprattutto, dare voce alle culture “altre”, quelle più a rischio e in via di estinzione. Tra queste, che sono molte più di quello che si pensi, sono stati scelti gli Yanomami. Perché sono già un simbolo, per tanti, delle culture che scompaiono e della ricerca di un progresso non solo eco-compatibile, ma anche culturalmente compatibile.

Quelle che seguono sono le note tratte dal diario di bordo che il gruppo (composto da Marco e Irene, Michele e Barbara) ha redatto allora durante il viaggio nell'aprile e maggio del 1997. La spedizione ha riportato numeroso materiale iconografico (fotografie in grande formato, diapositive e filmati) che è a disposizione per mostre e conferenze.

La luce dell'alba comincia a diradare il buio sull'aeroporto dove l'aereotaxi aspetta.
In sessanta giorni di lavoro intenso organizziamo la spedizione. Almeno nelle sue linee principali e nel dettaglio degli intenti della ricerca.
E' il 18 aprile quando l'aereo ci trasporta a Caracas: il portello ci catapulta nel Nuovo Mondo. Uno stato, il Venezuela con circa 20 milioni di abitanti, cioè un terzo dell'Italia, grande 3 volte l'Italia. Di questi, 315.000 sono indios di quasi trenta etnie differenti. La massima concentrazione di loro, 45.000 vive nello stato d'Amazzonia (ai confini con il Brasile), che è grande come metà dell'intero Venezuela. Gli Yanomami in terra Venezuelana sono circa 9.000, raddoppiano calcolando le altre tribù che vivono in area brasiliana, sotto il tiro dei garimpeiros .
C'è tanto spazio per ciascuno: ma ogni tanto non sembra, nei ranchitos , le baraccopoli delle città oppure nei bongo , le piroghe degli indios. In entrambi i casi si scopre la comune tendenza degli individui a concentrarsi: spalla a spalla, ancora più sudati per il caldo, ancora più irritabili per lo spazio artificiosamente ridotto.
Siamo in uno stato intricato, perché interamente coperto dalla grande foresta. Non facilmente percorribile, perché esistono solo vie d'acqua, marrone e densa d'argilla in sospensione, e perché la maggior parte dell'area è chiusa agli stranieri. Si entra solo con lunghi e complicati permessi. Noi siamo stati tra i pochi a poter entrare, ad avventurarsi fino alla Sierra Parima.
Il sole timidamente è sorto, si fa largo tra le nebbie dell'umidità notturna che faticano a lasciare il sottobosco della foresta: che peso volare! Mi carico sull'aereotaxi.
Da Caracas a Puerto Ayacucho è un balzo sul DC9. Banale. Poi Puerto è una scoperta piacevole, sulle rive dell'Orinoco, di fronte alla Colombia: il tramonto che stiamo guardando è uguale a quello che stanno guardando i narcos al di là della frontiera. E' bellissimo per entrambi. Anche se forse il rosso che barbaglia sulle acque ha per noi ricordi di esperienze meno trucide.
In sette pigiati e un cane: totale 500 chili con bagaglio e pilota. Per fortuna siamo magri e non mangiamo molto. Abbiamo dovuto rispettare la regola, con rigidità, già quel gabbiano che sembra essere l'aereo è in realtà una pesantissima oca dalla pancia grassa e piena. Mi sento serenamente incerto.
A Puerto si decide il nostro destino. Sono due giorni di negoziato. Non ci sono i permessi. Non quelli federali e sembra che (forse, tuttavia, è probabile...) essendo La Esmeralda la municipalità che ha diritto sulle zone proibite che interessano, l'Alcalde, cioè il sindaco, possa rilasciarci le autorizzazioni. Otteniamo la sua firma e il suo timbro. Ma poi c'è il consiglio degli Indios, che riuniti a Puerto passano una notte a decidere sulla nostra sorte. Spendiamo due giorni negoziando, alternando l'entusiasmo della partenza verso l'ignoto che ci aspetta con lo scoraggiamento di chi si vede bloccato, fermato, azzoppato mentre di lontano mira il traguardo. Squilla la tromba si parte! Gli Yanomami hanno detto sì. La nostra assicurazione sulla vita è stipulata: perché partire significa affidarsi completamente a loro. Nessuno, neppure noi, sa con esattezza dove andremo, nessuno ci verrebbe a cercare. Ma queste sono cose che si pensano al ritorno o le pensano quelli che restano a casa.
In questo caso abbiamo annusato giusto: Lucio ci accompagna. Un indio Yanomami, comisionado delle tribù, cioè loro rappresentante presso il commissariato Indio, ci farà da interprete e guida nella foresta. Semplicità e dignità, sono il tesoro offerto dalla sua amicizia. Dunque di corsa a fare la spesa: 6 machete, 6 coltelli, 3 lime, 2 seghe, 1 chilo di piombo da pesca, 6 rotoli di nylon sempre per pescare e 6 scatole di ami (enormi: che cosa c'è dentro all'Orinoco?), 4 chili di caramelle, 6 metri di stoffa di cotone rossa. Questi saranno i nostri doni per le tribù Yanomami che ci ospiteranno. Poi per noi, l'amaca con la mosquetera, due scatole di cartucce pesanti, rhum, olio per il motore e una grande pentolaccia.
L'aereo si alza con il sole. Il cane a bordo guaisce e piange. Il pilota lo vuole scaricare nel mare verde. Volo via.

26 Aprile 1997
Ore 4.30 A.M. sveglia
Ore 5.30 passa a prenderci Alvaro e lungo la strada che ci conduce all'aeroporto carichiamo le due guide Yanomami, Lucio il comisionado e Ramon, il motorista.
Ore 6.00 siamo in aerodromo avvolti in una magnifica alba.
Ore 7.00 partiamo con un piccolo aereo a elica con destinazione la missione evangelica di Meteconi. L'equipaggio è formato da noi quattro, il pilota, le due guide (Ramon e Lucio) e un cucciolo di cane. Si vola a circa 500/600 metri. Sorvoliamo la foresta, il paesaggio è molto bello e la temperatura interna raggiunge i 15°.
Il volo dura un paio d'ore: superiamo La Esmeralda che appare lussureggiante, circondata da immensi prati verdi.
Guardo dall'alto La Esmeralda, degna del suo nome, con un certa apprensione. Il nostro piano di volo prevedeva l'atterraggio qui. Ma ci passo sopra, per risparmiare tempo ed entrare subito nella zona proibita. Più a sud. Davvero nessuno ci cerca se non si torna. Dunque, un buon motivo per rivedere l'Italia con le proprie gambe.

Per il nostro pilota è il primo atterraggio a Meteconi. E' un'impresa: la pista è in erba, lunga circa 150 metri, da una parte costeggia il fiume, per avvicinarsi bisogna passare a pelo-albero della sierra scivolando a destra per poi buttarsi a sinistra in picchiata. Inoltre, il tempo non è dei migliori, piove, le nuvole sono fitte e basse e compromettono la visibilità. Il pilota è costretto a fare sei giri, compie volteggi tra le nebbie che salgono, per rendersi conto dell'orientamento del campo. Poi ci prova. A metà pista, tanto gas e via a gambe levate: non riuscivamo a fermarci in tempo. Ci riprova e ci riesce, allarmi vari in funzione, uno spettacolo di suoni e luci tutto per noi, e una serie infinita di sobbalzi.
Mi è sempre piaciuto l'otto volante. E più volava e più era ingarbugliato l'otto più mi entusiasmavo. Dopo questo atterraggio sarà più difficile trovarne uno soddisfacente.
Ore 9.30 circa sbarchiamo dopo due ore e mezza guidati dal GPS, volando verso sud est. Abbiamo cambiato mondo. Siamo attorniati da una trentina di individui non più alti di 1.50 m. Si mantengono comunque a distanza, non chiedono, non toccano ma ci squadrano incuriositi. Scarichiamo l'equipaggiamento e il nostro aereoplanino riparte grazie al poco peso: con noi non ce l'avrebbe fatta visto la lunghezza della pista. Per questo motivo noi ripartiremo per la civiltà da La Esmeralda. Presi dall'entusiasmo abbiamo scaricato anche il bagaglio del pilota, così costretto a riatterrare e ripartire: ma ormai ha imparato, è più leggero e si diverte.
Tagliato fuori. E' la sensazione di tutti. Da qui l'aereo con noi a bordo non può comunque ripartire perché la pista è troppo corta e la collina davanti è un monito duro. Tagliati fuori. Lo volevamo, lo cercavamo: l'abbiamo trovato.
Ore 10.00 ci viene assegnata una capanna con tetto in lamiera e postazione radio (necessaria per comunicare con il resto del mondo).

Meteconi è una missione evangelica guidata da un missionario americano con tutta la sua famiglia. Si respira, infatti, aria americaneggiante: tosaerba, video giochi in TV sulla giungla, una scavatrice, villetta coloniale trapiantata dalla Florida in legno bianco con un ottimo green che la circonda nonché piccolo motoscafo con sci d'acqua ormeggiato sul fiume. E' uno spirito imprenditoriale missionario.
E' deciso, alla prossima una sciata sull'Orinoco, più veloce dell'anaconda. Sull'acqua che sembra solida tanto è marrone. Che ci intasa il filtro potabilizzatore a causa del le incrostazioni che lascia: ogni due litri è tutto da smontare e da pulire.
Il villaggio è dislocato lungo il fiume ed è tagliato da una strada fangosa per la sua lunghezza illuminata da lampioni azionati da un generatore che li mantiene funzionanti per tutto il giorno, dalle 6.00 fino alle 20.30. Attracca al molo del villaggio una barca che scarica alimentari a palate.
Dovremmo partire in giornata ma abbiamo un piccolo problema: disponiamo di motore e di benzina (acquistati dal missionario) ma non del bongo , poiché il giorno prima del nostro arrivo alcuni Yanomami si sono schiantati con il bongo destinato a noi. Proviamo su un bongo piccolissimo: il tentativo fallisce miseramente .

La gaffe: “è tua figlia, Lucio?”. “No è mia moglie!”. Donna bambina: generazioni che si susseguono a ritmo incalzante per debellare la malaria, l'oncosercosi, i vermi e tutto il resto. Ah la natura!
Decidiamo di fermarci per la notte in missione e attrezziamo la capanna - sala radio con le nostre amache e l'equipaggiamento.
I primi dubbi sull'efficacia dell'amaca si dissolvono subito. Non si resta piegati in due, con la testa che tocca le caviglie. Basta mettersi per traverso e diventa una tavola, si dorme anche a pancia sotto. D'altra parte tutti gli indios vengono concepiti in amaca e, di massima, sembra che vengano bene.
Ore 19.00 siamo invitati a casa del missionario dove godiamo di un caffè e di una fetta di torta. Ci racconta dei problemi sanitari della missione e dell'indifferenza del governo. Il problema più grave è quello della malaria: ci racconta di interi villaggi dell'Alto Ocamo (dove noi andremo) spazzati via da questa malattia.
Conosciamo due superstiti.
Per la prima volta non mi insultano perché faccio il sociologo. Alla faccia degli antropologi che vorrebbero i parchi culturali, per chiuderci dentro i buoni selvaggi di cui devono preservarsi tutte le caratteristiche originali.
Durante la conversazione risolviamo il problema dell'imbarcazione; il fratello del missionario ci affitterà il suo nuovo bongo che andrà a terminare nella nottata; il tutto ci costerà il doppio. Concordiamo i termini di pagamento con gli Yanomami; il missionario non interferisce nella nostra trattativa ma suggerisce un metodo per stabilire un patto: il 50% subito, il resto al rientro, se torniamo. Così siete sicuri, ci dice. Partiamo domani.
Ho apprezzato il lavoro di questo missionario. Con delicatezza e in punta dei piedi ha offerto agli indios un insegnamento. Ha offerto loro un metodo per affrontare un problema, ha introdotto un nuovo livello di razionalità, promuove un aspetto del progresso. Intanto i piccoli indios si sfidano al video game di Mario nella Jungla!
Torniamo in capanna mangiucchiamo qualcosa e sperimentiamo il filtro per l'acqua. Passiamo una notte tranquilla, movimentata solo da un rospo e da cani che rovistano nella nostra spazzatura.

27 Aprile 1997
Ore 7.00 saliamo sul bongo , imbarcazione ricavata da un tronco cavo lavorato con il fuoco: è lungo circa 9 metri e largo 120 centimetri nel punto di maggior ampiezza. Come seggiolino è stata usata una tavolozza in legno fissata con dei chiodi. L'equipaggio è così composto: noi quattro, Lucio, Antonio, Ramon, Luis, Pinco (non abbiamo mai saputo il suo nome). Oltre al nostro equipaggiamento abbiamo 250 litri di benzina, olio ed un fucile con cinquanta colpi. Sono su un siluro: 9 metri per 1,2 che viaggiano con un 15 cavalli, con al centro un fusto di benzina da 250 litri, comodo per sedersi e sfumacchiare. Ma se ci si incastra in una roccia che affiora o contro un ramo messo male: vedono da lontano il botto e la fumata.
Seguiamo il Rio Padamo per due ore per poi entrare nell'Orinoco, si continua a navigare verso sud.
Ore 11.00 arriviamo alle bocche dell'Ocamo dove si trovava l'antica missione di padre Cocco, un pioniere di queste aree, uno dei più grandi conoscitori dell'etnia Yanomami. Più all'interno c'è una nuova missione salesiana. La navigazione prosegue verso est, risalendo l'Ocamo, di faccia alla sierra che confina con il Brasile.
Ore 14.00 ci fermiamo per pranzare. Noi gustiamo le nostre scatolette, le nostre guide cucinano bolliti due aironi uccisi poco prima da una fucilata di Lucio.
Ora sappiamo che avremo minimo quattro ore ancora di navigazione.
E' passata mezza giornata dalla partenza e sono in un mondo diverso. Ho visto la missione di padre Cocco, che rappresenta un luogo di racconti mitici per chi si occupa di queste popolazioni. I miei amici hanno sparato a due grandi aironi, in questa riserva di biosfera integrale, per sfamare il loro appetito. Gli Yanomami accendono il fuoco con il nostro accendino, alzano la fiamma per cucinare e poi abbandonano tutto acceso e fumante quando se ne vanno. Quante regole infrante, che per me sembrano principi irrinunciabili ed ecologicamente corretti, in poco tempo: è proprio un nuovo mondo che ti costringe a rivedere le tue regole. Anche in ciò sta la scommessa e la scoperta della spedizione.

Ore 15.00 ripartiamo. Dopo sei ore, tra cui un paio al buio emozionanti per un'improvvisata caccia al coccodrillo (mancato anche se cercato da Lucio a nuoto), vediamo in lontananza un fuoco e sentiamo grida di ogni tipo a testimoniare il punto di attracco per il nostro villaggio: Waputaweitheri. Sono le 21.00 quando si sbarca, abbiamo navigato quasi ininterrottamente per 14 ore, sul nostro stretto bongo . Una volta sbarcati la foresta ci circonda. Siamo accolti da una quindicina di Yanomami, alcuni con un perizoma rosso, altri con magliette sgualcite. Le donne hanno tutte dei bastoncini nel naso o che fuoriescono dalle labbra o dalle orecchie. Alcune hanno orecchini fatti con delle foglie che, per diceria popolare, mantengono lontani gli insetti.
Dove sono finito? Circondato da cinquanta piccoletti con bastoncini di legno infilati nel naso e nel mento. Urlanti agitando arco e frecce. Che mi toccano per sincerarsi della mia presenza. Ma, in fondo, noi siamo curiosi di loro quanto loro di noi.
A circa cinquanta metri dall'imbarcadero, su un piccolo rilievo, ci sono sei capanne lunghe 10 metri e larghe 4 con tetto spiovente a partire da 4 metri fino ad 1.50 metri. Le capanne sono chiuse su tutti e quattro i lati anche se un lato lungo mostra evidente la sua provvisorietà causa un intreccio molto meno fitto degli altri (questo per difendersi maggiormente dagli insetti soprattutto in questo periodo). La tradizione vuole il villaggio (xapono) organizzato intorno a un cortile comune, anzi le case costituivano un solo grande anello aperto al centro, senza sostanziali divisioni interne. Oggi, le famiglie allargate tendono a limitare il loro spazio alzando pareti.
Il villaggio è composto da un'ottantina di persone.
Noi passiamo la notte in una di queste capanne, ospiti di una famiglia Yanomami. Siamo costretti ad usare un'amaca per coppia.
Accendono il fuoco dentro alla capanna causa il freddo, lo mantengono acceso sempre perché è una gran fatica ricominciare con il solo aiuto di due bastoncini di legno duro e di un po' di esca.
Dove sono finito? Dentro a una amaca stretta per due, dove dobbiamo dormire. Dentro a una capanna stretta per 20, in quanti siamo alloggiati. Dentro a un villaggio la cui storia è già stata scritta 30 mila anni fa. Dentro alla foresta amazzonica a cercare quello che abbiamo dimenticato.

28 aprile 1997
Passiamo la giornata intera al villaggio.
La vita di questa comunità si svolge in 12 ore: dalle 6 del mattino, con la sveglia, alle 18 della sera.
Le prime ore della mattina sono dedicate a preparare e consumare la colazione. Proviamo del pesce-gatto bollito con banane, il platano, e spezie: lo proviamo è ottimo.
Assaggio pesce bollito e banane che sanno di patate. Penso che non ci sono state morti recenti nel villaggio e, dunque, ci è risparmiata la torta di banana con trito d'ossa del defunto, perché resti tra noi, e la sua anima nella foresta!
D'altra parte il loro regime alimentare è sostanzialmente basato su questi alimenti. Tabacco (costantemente succhiato) e platano è tutto ciò che coltivano con la tecnica del taglia e brucia: quando la foresta nei dintorni è “consumata”, l'intero villaggio si sposta di una trentina di chilometri. Pesce, scimmie, formichieri e altri uccelli sono la cacciagione, vittima di lunghe frecce o piccoli dardi da cerbottana, avvelenati.
La vita è sopravvivenza, non c'è commercio. Ma d'altra parte con chi? L'unico bene è la propria vita, la necessità è la sopravvivenza biologica che è affidata a se stessi. Dall'esterno non può arrivare nulla se non malattie, sentimenti di nuovi bisogni, un machete,...
Dopo colazione gli autoctoni si dedicano alla pittura corporale e all'impreziosimento della persona con monili molto poveri e collanine colorate.
Sono coperti solo da un perizoma rosso in tessuto liscio o lavorato a treccine.
I colori usati per dipingersi sono il rosso ed il nero; il primo tende a sottolineare un'occasione di festa, il secondo la guerra. Alcuni dipingono solo la parte superiore del busto di nero che significa lutto familiare. Il colore rosso viene ricavato da alcune bacche (esternamente assomigliano al riccio delle castagne) le quali vengono schiacciate e mischiate con lo sputo.
Si divertono con noi permettendoci di partecipare, solo come spettatori, ad alcune danze e funzioni socio-religiose.
Nelle prime ore del pomeriggio risistemiamo le nostre amache, finalmente ognuno di noi ha la propria.

Penso che sono eleganti con poco, anzi dignitosi. Masticano i pidocchi che si tolgono e si sono infilati nelle orecchie le carte colorate delle caramelle, nel naso e nel mento i bastoncini dei lecca-lecca. Eppure spesso noi sappiamo essere più seriamente ridicoli. Forse perché ridiamo meno di cuore nei momenti concessi.
Verso sera assistiamo all'uso dello yopo o epena , sostanza stupefacente allucinogena (alcaloide) che viene insufflata, anzi soffiata da terzi, tramite una piccola cerbottana applicata alla narice di chi è di turno. Lo yopo è polvere di colore marroncino e non dà assuefazione, causa forte salivazione e provoca uno stato di ebbrezza.
In questi momenti di allucinazione comune assistiamo a danze e canti raffiguranti scene di caccia o di guerra.
L'uso dell'allucinogeno è abbastanza comune a diverse latitudini. In questo caso, tuttavia, è particolare il fatto che sia consumato da tutti gli uomini, quasi ogni pomeriggio, e non solo dallo sciamano in forma rituale. In questa forma, ogni uomo attraverso lo yopo riesce meglio a mettersi in contatto con gli spiriti che ha in corpo (hekura), entra in piena sintonia con la foresta (urihi), il suo mondo spirituale e materiale: vitale.
Alcuni fumano cigarillos artigianali fatti da una pellicola ricavata da una corteccia e farciti di tabacco.
Ricordo “piste” diverse e “sniffate” diverse avvenute sui tavoli occidentali. Differenze che esprimono bisogni diversi nel consumo della droga. Qui è per trovare il contatto con gli spiriti. Da dove vengo è più una fuga da questi.

All'imbrunire notiamo che gli Yanomami si recano al fiume per lavarsi e pulirsi dai vari colori che hanno ravvivato i loro corpi. Dopo il bagno Lucio, al centro del villaggio, illustra agli Yanomami un nuovo progetto per la costruzione di un Municipio Indigeno Autonomo. In sostanza, condannando l'abbandono in cui gli indios sono lasciti dal governo venezuelano, reclama il possesso e l'indipendenza di quelle terre. Notiamo che Lucio è molto rispettato, quando parla non vola una mosca. Finito il comizio Lucio procede alla divisione dei materiali portati da noi al villaggio: tutti alla fine sono contenti e soddisfatti della divisione equa, ogni famiglia ha ricevuto qualcosa, anche il bambino più piccolo si allontana con la sua manciatina di ami per pescare.
Altro che “balcanizzazione” come fenomeno europeo. I sentimenti di autonomia che si respirano sono forti; l'antagonismo con il potere centrale, colpevole di scarsa memoria o di particolari interessi, è palese. La preoccupazione è che alle aspirazioni oneste degli indios si sovrappongano nuovi interessi politici, economici e religiosi che di queste aspirazioni fanno un uso proprio.
Alle 18.00 ci ritiriamo nella nostra capanna, insieme ai nostri padroni di casa e qualche curioso: ceniamo.
Alle 20.30 Marco e Michele vengono invitati a caccia di coccodrilli. Sono esausti ma accettano. Si spara un paio di coccodrilli, a una anaconda ma viene ucciso solo un capibara. Cosa incredibile è vedere Lucio che, ogni volta che spara a qualcosa, si getta poi in acqua per recuperare la preda, incurante di sapere se essa sia viva o morta.
Torniamo verso le 23.30 al villaggio e finalmente ci addormentiamo.
Salgo sul bongo dalla stabilità incerta. La pila frontale di Lucio e la mia fendono il buio per inquadrare i piccoli occhi rossi del coccodrillo a pelo d'acqua. Sbuca la grossa testa di una anaconda, sfiorata dalla fucilata. Chi ci rimette il pelo è solo un capibara. Alla fine l'emozione della caccia è pari a quella del rientro nella capanna, tra i canti dello sciamano che sta curando un malato.

29 aprile 1997
Ci svegliamo all'alba e dopo una veloce colazione ci spostiamo in bongo lungo l'Ocamo verso la Sierra Parima, al confine orientale con il Brasile. Confrontandoci scopriamo di avere tutti la stessa sensazione temporale, alle 11.00 sembra di essere alle ore 16.00 del pomeriggio. Inoltre ci appare evidente che gli Yanomami non abbiano degli orari fissi per la colazione, per pranzo o per cena: il tutto è regolato dalle proprie esigenze fisiche.
E' un altro luogo e un altro tempo. Entrambi labili, indefiniti, ma soggettivi e personalizzati. Mangi quando ai fame, fai acqua dove ti scappa. E tutto procede con inevitabile naturalezza. Tanto intollerabile per me quanto sono il prodotto di una cultura lontana.
L'Ocamo si restringe notevolmente (mantenendo sempre 40/50 metri di larghezza!). Il fiume è di colore marrone e l'alta concentrazione di argilla ostacola notevolmente la filtrazione necessaria per potabilizzare l'acqua. Sembra di percorrere un canale per le alte sponde di argilla, soprattutto la sponda esterna al corso. La fauna è aumentata notevolmente così come l'altezza degli alberi. Dalle ore 7.00 alle 12.00 risaliamo l'Ocamo per approdare a una piccola oasi, con tanto di cascata, nel mezzo della foresta. Ci godiamo l'acqua pulita e fresca con un gran bagno: non abbiamo bisogno del filtro per riempire le borracce.

Finalmente godo apprezzando la natura fresca di una cascata da bere senza il potabilizzatore. E' il massimo del piacere.
Alle ore 13.00 ripartiamo in bongo e continuiamo ancora per alcune ore la navigazione per poi fermarsi in un altra comunità di Yanomami. E' molto piccola. Ci sono cinque capanne disposte in modo tale da lasciare un grande spazio centrale in terra battuta e circa una ventina di persone. Non tutti accettano di farsi fotografare e molti rimangono nascosti nelle capanne. Dopo una decina di minuti alcuni spinti dalla curiosità vogliono guardare nelle macchine fotografiche. A Michele vengono dati due schiaffoni amichevoli (?), a Barbara e Irene vengono “spremuti” i seni (?). Ma il ghiaccio è rotto: Michele non è cattivo e quelle due sono proprio delle donne, sembra essere la conclusione raggiunta dai nostri ospiti. Dopo la diffidenza iniziale la loro ospitalità e la loro amicizia è grande.
La vecchia Yanomami tiene in mano l'automatica gialla, dalla quale parte il flash scattando la foto. Prendo al volo la macchina prima che si schianti per terra. Il giovane Yanomami cerca fuori dalla telecamera la realtà che gli mostro riprodotta nel mirino. Ma sconcertato non la trova. Così ho rotto il ghiaccio con loro: posso usare i miei strumenti per catturare le loro immagini. Così ho rotto tante loro certezze: non possono più guardare il mondo con gli occhi di prima, dopo che io gliel'ho portato via.
Il caldo ci fa già rimpiangere il bagno alla cascata, ma con delle grandi secchiate cerchiamo di rigenerarci: nasce qui il nostro motto “sotto l'amaca la capra campa, sopra l'amaca la capra puzza”.
Rientriamo al “villaggio base” per le 19.30. L'escursione è durata circa 12 ore tra cui 9 di navigazione (5 montando la corrente e 4 ridiscendendola).
Dopo un buon risotto ci addormentiamo.

30 aprile 1997
Oggi è per noi l'ultimo giorno di permanenza nel villaggio di Lucio. Dopo colazione prepariamo il nostro equipaggiamento. Lucio ne approfitta per indire una piccola riunione durante la quale viene stilata una lista dei materiali necessari al villaggio che dovevano già essere recapitati da parte della missione che ha sede in basso Ocamo, a circa un giorno di bongo verso occidente.
Si sentono dimenticati. Conoscono la nostra civiltà: il guerriero Yanomami perfettamente vestito con una camicia occidentali a scacchi e... null'altro ne è l'esempio. Conoscono il nostro mondo per i bisogni che ha generato: d'altra parte quando mi vedono accendere il fuoco con l'accendino con tanta poca fatica, invece di strofinare due legnetti, non possono non desiderare l'accendino. La natura sembra avere distribuito l'intelligenza in maniera abbastanza democratica.

Terminata l'operazione riusciamo a video-intervistare Lucio che espone i problemi dell'Amazzonia e degli Yanomami. Alla fine i personaggi più importanti della comunità vogliono vedere nella telecamera l'intervista.
Si sentono dimenticati. Accusano il governo venezuelano di dimenticarsi con malizia di loro. Accusano i politici di ricordarsi con malizia di loro. Accusano i missionari di sognarsi di loro guidati verso il progresso. Lucio mi impressiona, perché con semplice chiarezza e frequenti ripetizioni elenca i loro bisogni: sanità, educazione e trasporti. Affinché degli stranieri casuali si assumano la responsabilità di comunicarli al mondo.
Carichiamo il bongo e con stupore notiamo che l'equipaggio è aumentato notevolmente (da 9 a 16), saremo accompagnati sino a La Esmeralda da una delegazione di protesta: il capitan del villaggio, con moglie, figli e bambini. Lo spazio vitale è minimo.
La densità di persone per chilometro quadrato è minima in Amazzonia...perché sono tutti dentro al nostro bongo.

Alle ore 14.00 arriviamo al villaggio di Capitan Usto (collaboratore di padre Cocco) dove, dopo una piacevole accoglienza da parte di un formichiere, ci scontriamo con un esponente del villaggio il quale non vuole foto e ci chiede i permessi governativi. Ci viene permesso di visitare le capanne, che sono molto più ampie di quelle viste sino a ora e sono pluripiano.
Siamo limitati nei nostri spostamenti perciò ripartiamo per raggiungere la missione di padre Bortoli. Veniamo accolti in modo poco amichevole da due suore e da un volontario: ci chiedono i permessi governativi che non abbiamo, disponendo noi dei permessi dell'Alcaldia locale. Per questo ci vogliono denunciare alla Guardia Nazionale. Ci trattengono sul molo per più di venti minuti. Lucio afferma che il permesso dell'Alcaldia, in nostro possesso, basta e avanza; ma le suore insistono con il loro ostruzionismo. Alla fine Lucio ci porta da un tale Antonio, membro del consiglio degli Yanomami. Antonio si mostra ospitale e gentile. Ci accomodiamo nella sua capanna. Lucio ed Antonio discutono animatamente. La conclusione è che dobbiamo ritornare alla sera per un summit generale.
Per la prima volta, sul moletto in riva all'Ocamo, di fronte alla missione, mi sento indesiderato. La foresta è tiranna e piega gli animi ai principi della sua legge, ma anche gli uomini si adeguano troppo facilmente.
Con Lucio attraversiamo il fiume per raggiungere un villaggio vicino alla missione dove vive la sorella. Qui ci ospitano in una capanna priva di pareti e questo ci da sollievo visto il caldo torrido che ci ha accompagnati per tutto il giorno. Si fa sera. Irene e Barbara rimangono al villaggio per organizzare l'accampamento. Michele e Marco ritornano alla missione dove incontrano una delegazione di Yanomami, l' infermero Antonio, le due sorelle e Lucio ovviamente. Lo scontro più duro è tra Lucio e l' infermero (“ministro” della sanità indigena). Oggetto delle due ore di discussione è il nuovo Municipio Indigeno che si vuole creare, nonché i vari poteri di competenza. Ci vengono riproposti i problemi dell'Amazzonia. Comprendiamo meglio i problemi relativi ai permessi: lo scontro su chi possa autorizzare le persone a venire nell'area rimanda a due concezioni antagoniste: la terra appartiene e agli Yanomami ed è il loro consiglio che, insieme alle autorità locali, concede i permessi; la terra è venezuelana e, dunque, solo il Governo Federale ha questo potere.
Finalmente ci congedano chiedendoci però un'intervista all' infermero per l'indomani.
Torniamo al nostro accampamento dove esausti ceniamo.
Piove per tutta la notte.
Nel villaggio della missione ho notato unghie dei piedi sostanzialmente pulite. Per la prima volta le dita non sono marcite né gli occhi velati da troppe mosche. Questa è la vera testimonianza del lavoro che qui svolgono pochissimi missionari. Io credo che molti di loro salvino tanta umanità perdendo della propria, per questo non li giudico, perché io, in fondo, passo molto rapidamente per la loro esistenza.

1° maggio 1997
Appena svegli ci riorganizziamo al meglio e ritorniamo alla missione per l'intervista. Dopo questa ci dirigeremo verso La Esmeralda. In una capanna si svolge una riunione facilmente individuabile per urla e schiamazzi di tono elevato. Per la prima volta notiamo anche la presenza di alcune donne: sono le più eccitate. Tutti hanno coltello o machete in mano, lo agitano e si picchiano di piatto. Noi stiamo ai margini.
E' vero che le botte le prendono soprattutto le donne. Ma in questo caso le danno anche con abbondanza. Il machete è democraticamente distribuito tra i due sessi.
Qui conosciamo Capitan Usto, poco dopo videoregistriamo l'intervista all' infermero Antonio, il quale ci spiega come dovrà svilupparsi il nuovo Municipio Indigeno.
Terminata l'intervista saliamo sul nostro bongo direzione La Esmeralda. Il viaggio è lungo e noi siamo stravolti ma godiamo nel vedere alcuni degli animali del fiume (coccodrillo, iguana, razza). I coccodrilli, cacciati la notte e non più lunghi di un metro, sono scuoiati rapidamente.

Arriviamo nelle prime ore del pomeriggio e veniamo accolti dal prefetto, anzi siamo suoi ospiti soprattutto perché è la festa dell'Alcaldia e del lavoratore: la festa ci stravolge definitivamente, soprattutto quando il prefetto apre per noi una bottiglia di costosissimo, buon, caldo whisky. Ahinoi! Siamo tornati alla pseudo civiltà. Approfittiamo di uno spaccio per fare la spesa di dolcissime lattine di sempre caldo frescolito . Tanto è buono che torniamo a pompare l'acqua dal fiume e a potabilizzarla.
Il sogno di una birra fresca aveva reso più sopportabili le circa 10 ore di navigazione nello spazio ridottissimo del bongo. Ma qui non c'è: la birra non c'è proprio: è l'unica grande delusione della spedizione.
Ci accampiamo per la notte sotto ad una tettoia con le nostre guide. In mattinata dobbiamo tornare dal prefetto per confermare il volo del rientro a Puerto Ayacucho. La pista a differenza di Meteconi è asfaltata e lunghissima. Ceniamo e affrontiamo una notte ventosa e caratterizzata da nugolo di mosquitos .
Maledizione! Il fumo e i moscerini non hanno dato tregua. Se non mi avessero fermato gli amici, gli avrei spento le braci con un'ultima zaffata all'ammoniaca.

2 maggio 1997
Dopo colazione Marco e Michele si dirigono dal Prefetto per confermare il volo, al solito Barbara e Irene si proccuopano di riorganizzare le nostre masserizie. Intanto, notiamo che Lucio con delle lattine vuote, da noi gettate, ricava un set di bicchieri. Dalla prefettura, dopo alcuni tentativi finalmente ci mettiamo in contatto radio con la torre di controllo di Puerto Ayacucho: mentre ci danno conferma del volo vediamo il nostro aeroplanino atterrare.
In tempo reale: “sì, il vostro aereo sta arrivando” dice la radio di Puerto, infatti “lo vediamo atterrare”, rispondiamo da Esmeralda. Senza computer né televisione, alcuna diretta sarebbe più stata in tempo reale come questa.
Prepariamo i bagagli e partiamo per il rientro nella civiltà. Il pilota è un tipo simpatico: conosce l'italiano perché ha volato nei nostri cieli per conto dei libici. Poi si è trasferito a volare sopra la foresta. Non indaghiamo. L'equipaggio oltre a noi quattro è composto da il volontario della missione incontrato due giorni prima e due ragazzini, molto probabilmente affetti da malaria.
Sono l'unico abilitato a parlare con il pilota. Gli siedo accanto e dunque possiamo sentirci malgrado il fracasso delle eliche. Il pilota mastica l'italiano, perché ha volato per i libici sopra i nostri cieli anni addietro. Poi è venuto a volare sopra la foresta. L'ultimo volo: si porta una donna Yanomami ammalata, accompagnata dal figlio, in ospedale a Puerto.

Entrambi si lamentano, chi per la malattia chi per la paura. Ma la donna muore in volo: il pilota accelera al massimo, ha paura che il giovane Yanomami dia la colpa della morte a questo strano uccello di latta e che lui, il pilota, finisca vittima della vendetta. Il suo viaggio non è piacevole. Sbarca a Puerto con grande rapidità, abbandonando il carico umano sul Cesna. Noi evitiamo i fulmini e rientriamo.
Il nostro volo è piacevole ed in tarda mattinata arriviamo a Puerto dove l'amico Pepe ci raccoglie per poi scaricarci in albergo. Finalmente riassaporiamo cosa significhi privacy e soprattutto il piacere di una doccia.
Non è finita. Dopo il sollievo che mi prende per la doccia e la frescura di una birra, comincia già il ricordo, poi le promesse fatte a chi abbiamo lasciato nella foresta. Ho capito che gli amici sull'Ocamo non vogliono diventare come noi, ma non vogliono restare come sono. In fin dei conti chiedono di non morire, almeno non proprio tutti, trentenni di malaria. E visto che noi ci riusciamo, si aspettano che gli spieghiamo come. Mi sembra un desiderio legittimo. Come quello di sparare ai coccodrilli in una riserva integrale, che in fondo è tale solo per chi la guarda da fuori e non ci vive. Tuttavia, so che fra qualche giorno le mie preoccupazioni per loro saranno diminuite e le promesse più sfuocate con il passare dei mesi. Per questo devo tornare, per rinsaldare i legami che impegnano, compromettono, rinforzano e vivificano.

 

Album fotografico

 

L'assunzione dello yoppo

E gli effetti dello yoppo

Al villaggio si dividono i regali che abbiamo portato