Spedizione tra gli Yanomami - Alto Orinoco, Alto Ocamo - 1997 |
Le quattro del mattino ci sorprendono sulla pista dell'aeroporto di Puerto Ayacucho, capitale dello stato delle Amazonas, all'estremo sud del Venezuela... e io ancora mi chiedo “perché ?”. Da questi ragionamenti alla pista di decollo in Amazzonia il percorso è ancora da chiarire. Quelle che seguono sono le note tratte dal diario di bordo che il gruppo (composto da Marco e Irene, Michele e Barbara) ha redatto allora durante il viaggio nell'aprile e maggio del 1997. La spedizione ha riportato numeroso materiale iconografico (fotografie in grande formato, diapositive e filmati) che è a disposizione per mostre e conferenze. |
![]() La luce dell'alba comincia a diradare il buio sull'aeroporto dove l'aereotaxi aspetta. In sessanta giorni di lavoro intenso organizziamo la spedizione. Almeno nelle sue linee principali e nel dettaglio degli intenti della ricerca. E' il 18 aprile quando l'aereo ci trasporta a Caracas: il portello ci catapulta nel Nuovo Mondo. Uno stato, il Venezuela con circa 20 milioni di abitanti, cioè un terzo dell'Italia, grande 3 volte l'Italia. Di questi, 315.000 sono indios di quasi trenta etnie differenti. La massima concentrazione di loro, 45.000 vive nello stato d'Amazzonia (ai confini con il Brasile), che è grande come metà dell'intero Venezuela. Gli Yanomami in terra Venezuelana sono circa 9.000, raddoppiano calcolando le altre tribù che vivono in area brasiliana, sotto il tiro dei garimpeiros . C'è tanto spazio per ciascuno: ma ogni tanto non sembra, nei ranchitos , le baraccopoli delle città oppure nei bongo , le piroghe degli indios. In entrambi i casi si scopre la comune tendenza degli individui a concentrarsi: spalla a spalla, ancora più sudati per il caldo, ancora più irritabili per lo spazio artificiosamente ridotto. Siamo in uno stato intricato, perché interamente coperto dalla grande foresta. Non facilmente percorribile, perché esistono solo vie d'acqua, marrone e densa d'argilla in sospensione, e perché la maggior parte dell'area è chiusa agli stranieri. Si entra solo con lunghi e complicati permessi. Noi siamo stati tra i pochi a poter entrare, ad avventurarsi fino alla Sierra Parima. Il sole timidamente è sorto, si fa largo tra le nebbie dell'umidità notturna che faticano a lasciare il sottobosco della foresta: che peso volare! Mi carico sull'aereotaxi. Da Caracas a Puerto Ayacucho è un balzo sul DC9. Banale. Poi Puerto è una scoperta piacevole, sulle rive dell'Orinoco, di fronte alla Colombia: il tramonto che stiamo guardando è uguale a quello che stanno guardando i narcos al di là della frontiera. E' bellissimo per entrambi. Anche se forse il rosso che barbaglia sulle acque ha per noi ricordi di esperienze meno trucide. In sette pigiati e un cane: totale 500 chili con bagaglio e pilota. Per fortuna siamo magri e non mangiamo molto. Abbiamo dovuto rispettare la regola, con rigidità, già quel gabbiano che sembra essere l'aereo è in realtà una pesantissima oca dalla pancia grassa e piena. Mi sento serenamente incerto. |
A Puerto si decide il nostro destino. Sono due giorni di negoziato. Non ci sono i permessi. Non quelli federali e sembra che (forse, tuttavia, è probabile...) essendo La Esmeralda la municipalità che ha diritto sulle zone proibite che interessano, l'Alcalde, cioè il sindaco, possa rilasciarci le autorizzazioni. Otteniamo la sua firma e il suo timbro. Ma poi c'è il consiglio degli Indios, che riuniti a Puerto passano una notte a decidere sulla nostra sorte. Spendiamo due giorni negoziando, alternando l'entusiasmo della partenza verso l'ignoto che ci aspetta con lo scoraggiamento di chi si vede bloccato, fermato, azzoppato mentre di lontano mira il traguardo. Squilla la tromba si parte! Gli Yanomami hanno detto sì. La nostra assicurazione sulla vita è stipulata: perché partire significa affidarsi completamente a loro. Nessuno, neppure noi, sa con esattezza dove andremo, nessuno ci verrebbe a cercare. Ma queste sono cose che si pensano al ritorno o le pensano quelli che restano a casa. In questo caso abbiamo annusato giusto: Lucio ci accompagna. Un indio Yanomami, comisionado delle tribù, cioè loro rappresentante presso il commissariato Indio, ci farà da interprete e guida nella foresta. Semplicità e dignità, sono il tesoro offerto dalla sua amicizia. Dunque di corsa a fare la spesa: 6 machete, 6 coltelli, 3 lime, 2 seghe, 1 chilo di piombo da pesca, 6 rotoli di nylon sempre per pescare e 6 scatole di ami (enormi: che cosa c'è dentro all'Orinoco?), 4 chili di caramelle, 6 metri di stoffa di cotone rossa. Questi saranno i nostri doni per le tribù Yanomami che ci ospiteranno. Poi per noi, l'amaca con la mosquetera, due scatole di cartucce pesanti, rhum, olio per il motore e una grande pentolaccia. L'aereo si alza con il sole. Il cane a bordo guaisce e piange. Il pilota lo vuole scaricare nel mare verde. Volo via. |
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27 Aprile 1997 |
Ore 15.00 ripartiamo. Dopo sei ore, tra cui un paio al buio emozionanti per un'improvvisata caccia al coccodrillo (mancato anche se cercato da Lucio a nuoto), vediamo in lontananza un fuoco e sentiamo grida di ogni tipo a testimoniare il punto di attracco per il nostro villaggio: Waputaweitheri. Sono le 21.00 quando si sbarca, abbiamo navigato quasi ininterrottamente per 14 ore, sul nostro stretto bongo . Una volta sbarcati la foresta ci circonda. Siamo accolti da una quindicina di Yanomami, alcuni con un perizoma rosso, altri con magliette sgualcite. Le donne hanno tutte dei bastoncini nel naso o che fuoriescono dalle labbra o dalle orecchie. Alcune hanno orecchini fatti con delle foglie che, per diceria popolare, mantengono lontani gli insetti. |
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![]() ![]() Arriviamo nelle prime ore del pomeriggio e veniamo accolti dal prefetto, anzi siamo suoi ospiti soprattutto perché è la festa dell'Alcaldia e del lavoratore: la festa ci stravolge definitivamente, soprattutto quando il prefetto apre per noi una bottiglia di costosissimo, buon, caldo whisky. Ahinoi! Siamo tornati alla pseudo civiltà. Approfittiamo di uno spaccio per fare la spesa di dolcissime lattine di sempre caldo frescolito . Tanto è buono che torniamo a pompare l'acqua dal fiume e a potabilizzarla. Il sogno di una birra fresca aveva reso più sopportabili le circa 10 ore di navigazione nello spazio ridottissimo del bongo. Ma qui non c'è: la birra non c'è proprio: è l'unica grande delusione della spedizione. Ci accampiamo per la notte sotto ad una tettoia con le nostre guide. In mattinata dobbiamo tornare dal prefetto per confermare il volo del rientro a Puerto Ayacucho. La pista a differenza di Meteconi è asfaltata e lunghissima. Ceniamo e affrontiamo una notte ventosa e caratterizzata da nugolo di mosquitos . Maledizione! Il fumo e i moscerini non hanno dato tregua. Se non mi avessero fermato gli amici, gli avrei spento le braci con un'ultima zaffata all'ammoniaca. |
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Album fotografico |
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L'assunzione dello yoppo |
E gli effetti dello yoppo |
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Al villaggio si dividono i regali che abbiamo portato |
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