Tibet, mitica premessa – 2010/0

Mitica premessa. 
Il Tibet, Shangri La, il Paese delle Nevi: già il nome cela un mistero che ha sempre esercitato fascino.

E’ del 1933 l’”Orizzonte Perduto” di James Hilton in cui si celebra il paese racchiuso tra le alte cime Himalayane, dove regna la pace di una grande comunità lama.

Ma L’ispirazione viene da lontano: dalle memorie missionarie di chi aveva solo sfiorato quella terra, spesso raccontandola di seconda mano, concedendo ancor più al dipinto velato dalla distanza. Il mito dell’eden tibetano, pertanto, riverbera nei secoli. Scrive il nostro Marco Polo, senza esserci mai stato, dei magici stregoni tibetani alla corte del Gran Kan.

Quando l’uomo è partito di questa cittade e cavalca 3 giornate, sí si truova una cittade ch’è chiamata Giandu, la quale fee fare lo Grande Kane che regna, Coblai Kane. E àe fatto fare in questa città uno palagio di marmo e d’altre ricche pietre; le sale e le camere sono tutte dorate e è molto bellissimo marivigliosamente. (…) E sí vi dirò una maraviglia ch’io avea dimenticata, che quando ‘l Grande Kane è in questo palagio e egli viene uno male tempo, egli àe astronomi e incantatori, e fa[nno] che ‘l male tempo non viene in sul suo palagio. E questi savi uomini son chiamati Tebot, e sanno piú d’arti di diavoli che tutta l’altra gente, e fanno credere a le genti che questo aviene per santità. E questa gente medesima ch’io v’ò detto ànno una tale usanza, che quando alcuno uomo è morto per la segnoria, eglino lo fanno cuocere e màngiallo, m[a] non se morisse di sua morte. È sono sí grandi incantatori che, quando ‘l Grande Kane mangia in su la maestra sala, e gli coppi pieni di vino o di latte o d’altre loro bevande, che sono dall’altro capo della sala, sí gli fanno venire sanza ch’altri gli tocchi, e vegnono dinanzi al Grande Kane; e questo vede bene 10.000 persone, e questo è vero senza menzogna, e questo ben si puote fare per nigromanzia. E quando viene niuna festa di niuno idolo, egli vanno al Grande Kane, e fannosi dare cotanti montoni e legno aloe e altre cose per fare onore a quello idolo, perciò che si salvi lo suo corpo e le sue cose. E quando questi incantatori ànno fatto questo, fanno grande afummata dinanzi agl’idoli di buone ispezie, con grandi canti. Poscia ànno questa carne cotta di questi montoni, e’ póngolla dinanzi all’idolo e versano lo brodo quae e làe, e dicono che gl’idoli ne piglino quello che egli vogliono. E in cotale maniera fanno onore agl’idoli lo dí della loro festa, ché ciascuno idolo à propia festa, come ànno gli nostri santi. Egli ànno badie e monisteri, e sí vi dico che v’à una piccola città ch’àe uno monistero che v’àe entro piú di 2.000 monaci, e vestonsi piú onestamente che tutta l’altra gente. Egli fanno le magiori feste agli idoli del mondo, co li magiori canti e cogli magiori luminari.

Ancora v’àe un’altra maniera di rilegiosi, che fanno cosí aspra vita com’io vi conterò. Egli mai no mangiano altro che crusca di grano, e fannola istare in molle nell’acqua calda uno poco, e poscia la menano e màngialla. Quasi tutto l’anno digiunano; e molti idoli ànno e molto stanno in orazione, e tale volta adorano lo fuoco. E quelle altre regole dicono di costoro che digiunano che sono paterini. Altra maniera v’à di monaci che pigliano moglie e ànno figliuoli asai; e questi vestono di (altre) vestimenta dagli altri, sicché vi dico insomma grande differenza à da l’una a l’altra e in vita e in vestiri. E di questi v’àe che tutti loro idoli ànno nome di femine.” (il Milione, cap.74) 

Dunque i tibetani magici e maledetti alla corte del Kan: Marco ci fa vedere l’inceso bruciato dai monaci, la loro organizzazione monastica, le pratiche funebri, con un dipinto lontano ma attuale.

De la provincia di Tebet : a presso le 5 giornate che v’ò dette, truova l’uomo una provincia che guastòe Mongut Kane per guerra; e v’à molte ville e castella tutti guasti. Quivi àe canne grosse bene 4 spanne, lunghe bene 15 passi, e àe dall’uno nodo a l’altro bene 3 palmi. E sí vi dico che gli mercatanti e’ viandanti prendono di quelle canne la notte, e fanno ardere nel fuoco, perché fanno sí grande scoppiata che tutti li leoni e orsi e altre bestie fiere ànno paura e fuggono, e non s’acostarebbero al fuoco per cosa del mondo. E questo si fa per paura di quelle bestie, che ve n’à assai. 
Le canne scoppiano perché si mettono verdi nel fuoco, e quelle si torcono e fendono per mezzo; e per questo fendere fanno tanto romore che s’odono da la lunga bene presso a 5 miglie, di notte, e piú; e sí è terribile cosa a udire che chi non fosse d’udirlo usato, ogni uomo n’avrebbe grande paura. E li cavagli che no ne sono usi si spaventano sí forte che rompono capestri e ogne cosa e fuggono; e quest[o] aviene spesse volte. E agli cavagli che non ne sono usi, egli li fanno incapestrare tutti e quattro li piedi e fasciare gli occhi e turare gli orecchi, sí che non può fugire quando ode questo scoppio. E cosí campano gli uomini la notte, loro e le loro bestie. 
E quando l’uomo vae per queste contrade bene 20 giornate, non truova né alberghi né vivande, ma conviene che porti vivande per sé e per sue bestie tutte queste 20 giornate, tuttavia trovando fere pessime e bestie salvatiche, che sono molte pericolose. Poscia truova castelle e case assai, ove à uno cotale costume di maritare com’io vi dirò. 
Egli è vero che niuno uomo piglierebbe neuna pulcella per moglie per tutto ‘l mondo, e dicono che non vagliono nulla s’ella no è costumata co molti uomini. E quando li mercatanti passano per le contrade, le vecchie tengono loro figliuole sulle strade e per li alberghi e per loro tende, e stanno a 10, a 20 e a 30; e fannole giacere con questi mercatanti, e poscia le maritano. E quando il mercatante àe fatto suo volere, conviene che ‘l mercatante le doni qualche gioia, acciò che possa mostrare come altri àe avuto a fare seco; e quella ch’àe piú gioe, è segno che piú uomini sono giaciuti con essa, e piú tosto si marita. E conviene che ciascuna, anzi che si possa maritare, conviene ch’abbia piú di 20 segnali al collo, per mostare che molti uomini abbiano avuti a fare seco; e quella che n’à piú, è tenuta migliore, e dicono ch’è piú grazios[a] che l’altre. 
La gente è idola e malvage, ché non ànno per niuno pecato di far male e di rubare; e sono li migliori scherani del mondo. Egli vivono di frutti della terra e di bestie e d’uccegli. E dicovi che in quella contrada àe molte bestie che fanno il moscado, e questa mala gente àe molti buoni cani, e prendonne assai. Egli non ànno né carte né monete di quelle del Grande Kane, ma fannole da loro. Egli si vestono poveramente, ché ‘l loro vestire si è di canavacci e di pelle di bestie e di bucerain, e ànno loro linguaggio e chiamansi Tebet. E questa Tebet è una grandissima provincia; e conteròvene brevemente, come voi potrete udire.
” (il Milione, cap.114) 

Nel racconto ecco comparire l’antica autonomia tibetana, anche dal Kan, i costumi poliandrici, il grande plateu di alta quota, desolato e abitato da briganti e animali selvatici.

Ancora de la provincia di Tebet : Tebet è una grandissima provincia, e ànno loro linguaggio; e sono idoli e confinano co li Mangi e co molte altre province. Egli sono molti grandi ladroni. E è sí grande, che v’à bene otto reami grandi, e grandissima quantità di città e di castella. E v’à in molti luoghi fiumi e laghi e montagne ove si truova l’oro di paglieola in grande quantità. E in questa provincia s’espande lo coraglio, e èvi molto caro, però ch’egli lo pongono al collo di loro femine e de’ loro idoli, e ànnolo per grande gioia. E ‘n questa provincia à giambellotti assai e drappi d’oro e di seta; e quivi nasce molte spezie che mai non furo vedute in queste contrade. E ànno li piú savi incantatori e astorlogi che siano in quello paese, ch’egli fanno tali cose per opere di diavoli che non si vuole contare in questo libro, però che troppo se ne maraviglierebbero le persone. E sono male costumati. Egli ànno grandissimi cani e mastini grandi com’asini, che sono buoni da pigliare bestie salvatiche; egli ànno ancora di piú maniere di cani da cacc[ia]. E vi nasce ancora molti buoni falconi pellegrini e bene volanti….” (il Milione, cap.115)

Ma la testimonianza di Marco non è la sola, accompagnano più o meno nello stesso periodo da tentativi missionari nella regione dei Tartari.

Giovanni di Pian del Carpine (Magione, 1182 ca. – Perugia, 1252) è stato un religioso italiano tra i primi compagni di Francesco d’Assisi e frate minore. Dal 1243 fu presso la corte di Innocenzo IV, che due anni dopo lo invia come legato presso i Tartari, per portare due bolle papali al Gran Khan, che in effetti incontrò più volte. Molto si sa di questo viaggio (che attraverso la Polonia e poi la Russia, sembrava doverlo condurre ai confini del mondo), grazie allo straordinario resoconto che egli stesso ne diede nella sua Historia Mongolorum : il suo itinerario si sviluppò da Cracovia a Kiev; superando poi Volga e il mar Caspio, per giungere sul lago di Aral; da qui si diresse verso il lago di Balkach per proseguire in direzione di Karakorum, dove per la prima volta incontrò il Khan e la nobiltà mongola. 

Guglielmo di Rubruck (Rubruck, 1220 ca. – 1293 ca) fu un religioso fiammingo dell’Ordine dei Frati Minori e il suo resoconto del viaggio in Asia è uno dei capolavori della letteratura geografica. Guglielmo accompagnò il re Luigi IX di Francia alla Settima Crociata nel 1248 e qualche anno dopo, il 7 maggio 1253, lasciò San Giovanni d’Acri per iniziare una missione con il fine di evangelizzare e convertire i Tartari. Al suo ritorno in patria Guglielmo presentò al re Luigi IX un vero e proprio rapporto preciso e dettagliato del viaggio dal titolo Itinerarium fratris Willielmi de Rubruquis de ordine fratrum Minorum, Galli, Anno gratia 1253 ad partes Orientales. Nel suo resoconto descrisse le curiosità delle popolazioni mongole, corredandole da molte osservazioni geografiche: l’Itinerum fu il primo trattato che descriveva l’Asia centrale in maniera scientifica. Guglielmo fu inoltre il primo occidentale che dimostrò che si poteva raggiungere la Cina anche passando a nord del Mar Caspio, anche se tale via era sicuramente conosciuta dagli antichi esploratori scandinavi.

In realtà entrambi i missionari non vanno in Tibet ma raccontano dei tibetani perché questi sono tra i mongoli come maestri: il Gran Kahn assoldava i lama come maestri per divulgare e accrescere la cultura dei suoi dignitari mongoli.

il viaggio di Giovanni di Pian del Carpine (1243 – 1247)

Mentre questo esercito, vale a dire l’esercito dei mongoli, era di ritorno, giunsero alla terra di Burithabet, da loro hanno conquistata in battaglia. Gli abitanti sono pagani, che svolgono un incredibile costume o piuttosto disdicevole, perché quando il padre di qualcuno “paga il debito della natura umana” (=muore), si raccoglie tutta la famiglia e lo mangiano, ci è stato detto questo per un fatto. Non si fanno crescere la barba, anzi portano nelle loro mani, come abbiamo visto, uno strumento di ferro, con cui sempre strappano la barba non appena qualche pelo ricresce, e sono estremamente deforme (brutti).” (Giovanni di Pian del Carpine

Il viaggio di Guglielmo di Rubruck (1253-1255)

“Seguono i Tebec, uomini la cui abitudine era di mangiare i loro genitori defunti, in modo da fornire loro, come pietà filiale, non altro sepolcro se non i loro stomaci proprio. Ora hanno smesso di farlo, perché così si rendevano detestabili agli occhi di tutti gli uomini. Eppure fanno ancora belle coppe con i crani dei loro genitori in modo che quando si beve con tanto piacere si ricordino di loro. Mi è stato detto questo da uno che li aveva visti. Hanno un bel po’ di oro nel loro paese, quindi se qualcuno ne ha bisogno scava fino a trovarlo e se ne prende tanto quanto ha bisogno, mettendo il resto di nuovo nel terreno, poiché egli crede che se lo mettesse tra i suoi tesori o in una scatola, Dio allontanerebbe da lui tutti i doni della terra.” (Guglielmo di Rubruck

E’ evidente come tutti questi racconti “per sentito dire” non abbiamo fatto altro che rilanciare il mito del Tibet, di Shangri La tra le nevi. Noi stessi non possiamo fare a meno di partire con questi racconti nelle orecchie.